Varese | 18 Luglio 2023

Valceresio, agguato al funerale: «Ti uccido»

Due uomini a processo per lesioni aggravate nei confronti di un parente. L'aggressione sul sagrato della chiesa e le urla. Poi l'ospedale. In aula la ricostruzione dei fatti

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I dissapori tra parenti che esplodono mentre la famiglia è riunita per dare l’ultimo saluto ad un congiunto. Silenzio, occhiatacce e poi all’improvviso una violenta aggressione, oggi contestata ad un 59enne e al figlio di 39 anni, accusati di lesioni aggravate per quei fatti, avvenuti fuori da una chiesa di Cuasso al Monte nell’aprile del 2021.

Per una testimone di 60 anni, sorella della persona offesa, sentita oggi in tribunale a Varese, i due imputati – difesi dagli avvocati Gianmarco Beraldo e Massimo Benvegnù – sono rispettivamente il cognato e il nipote. La donna, rispondendo alle domande delle parti, ha ricostruito la dinamica del pestaggio, attribuendone la responsabilità proprio ai due parenti: «Mio fratello stava tornando alla macchina per recuperare la mascherina (erano in vigore le restrizioni anti Covid, ndr) e loro lo hanno accerchiato, e hanno iniziato a colpirlo con una chiave inglese e con un altro attrezzo».

Sul sagrato della chiesa scatta il panico. Parenti e amici del defunto sono increduli; il parrocco cerca di riportare l’ordine, accanto a lui sono accorsi anche gli addetti delle pompe funebri. La vittima del pestaggio urla: «Mi stanno ammazzando», poi riesce a sottrarsi ai suoi aggressori. Nessuno si intromette. Uno dei presenti decide di avvertire i carabinieri, ma quando i militari dell’Arma arrivano sul posto – stando alle parole della sorella del 55enne – gli odierni imputati se ne sono già andati.

«Mi diceva “ti uccido” – ha raccontato in aula la persona offesa, parlando di uno dei due uomini a processo – io cercavo di parare i colpi e gridavo. Dopo quei fatti ho scoperto che mi accusavano di avergli bucato le gomme della macchina. Quel giorno mi hanno quasi spaccato la testa, sono finito in ospedale». Le sue ferite, dopo le prime cure, furono giudicate guaribili in 15 giorni. In seguito l’uomo si recò dai carabinieri per la denuncia.

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