Non accettava di aver perso la famiglia, il ruolo di padre, la compagna da cui aveva avuto i suoi figli. Ora vuole solo ripartire da zero, ricominciare a lavorare e pagare il mutuo della casa di proprietà.
L’uomo, un marocchino di 51 anni a processo in tribunale a Varese per maltrattamenti, lesioni e violazione di domicilio, ha avuto otto mesi di tempo per riflettere sui suoi comportamenti. Lo ha fatto in carcere, dove è ancora detenuto in custodia cautelare dopo i fatti avvenuti ad agosto del 2021 a Porto Valtravaglia.
Quel giorno entrò nell’abitazione dove vivevano la ex (fuori casa in quel momento) e la cognata, insieme ai bambini. Era ubriaco, puntò all’unica donna presente – considerata la causa della sua rottura con la moglie – e la tramortì con un oggetto (forse un vaso, data la presenza di cocci a terra dopo i fatti) ferendola alla testa. La donna, una quarantottenne, rimase stordita al punto da non riuscire più a ricostruire la vicenda in modo preciso. I vicini chiamarono i carabinieri, dopo aver sentito le urla dei bambini, sul balcone: “Aiuto, ci sta uccidendo”.
Fu l’atto conclusivo di una lunga e tormentata relazione, per la quale l’imputato è già stato condannato in primo grado in riferimento ai suoi comportamenti tra il 2004 e il 2017, quando era ancora un uomo sposato.
«Ora ha capito i suoi errori – ha affermato in aula questa mattina il suo difensore, l’avvocato Andrea Pellicini – Dopo la rottura del matrimonio non ha più alzato le mani, fatta eccezione per l’episodio inqualificabile dell’estate scorsa. In questi mesi di carcerazione ha avuto modo di riflettere, ha capito che la ex ha diritto a vivere la sua vita da persona libera», ha sottolineato in conclusione il difensore, dopo le scuse arrivate direttamente dall’imputato, che ha fornito dichiarazioni spontanee davanti alle parti.
Il suo difensore ha poi chiesto il minimo della pena e la sostituzione della misura cautelare in carcere con i domiciliari, oltre al divieto di avvicinarsi all’abitazione della ex. Su questa ultima istanza il giudice ha rinviato la decisione, condannando invece il cinquantenne, per i tre capi d’imputazione, alla pena di due anni e nove mesi di reclusione, oltre che al risarcimento delle due donne – costituitesi parte civile con l’avvocato Mara Braghini – per una somma complessiva di 9mila euro.
Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a tre anni e due mesi, sottolineando che l’ossessione dell’uomo per la ex non si placò dopo l’allontanamento dal nucleo familiare, ma lo spinse alla ricerca del nuovo domicilio della donna (che per un periodo aveva abitato in una struttura protetta). In quel luogo si appostava, spesso alterato dall’alcol, in attesa di vederla arrivare, magari con un nuovo compagno. «La prossima sarai tu», aveva detto alla madre dei suoi figli dopo aver picchiato la cognata. Prima di finire in manette.
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