Italia | 12 Febbraio 2022

Infiltrazioni della ’ndrangheta nei lavori alla rete ferroviaria, indagati anche tra alto Varesotto e Ticino

Tra i 15 soggetti arrestati, vicini alla cosca dei Nicoscia-Arena, 2 residenti a Gemonio. Messo in piedi un sistema con cui si sostenevano anche gli affiliati detenuti

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Sono quindici le persone finite in manette ieri, per mano dei Nuclei di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano e Varese, nell’ambito dell’inchiesta effettuata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Milano sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta «in uno dei settori strategici del Paese, il funzionamento delle rete ferroviaria». Sequestrati anche beni per 6,5 milioni di euro.

Per undici degli arrestati – fra cui compaiono anche persone legate alle cosche Nicoscia-Arena di Isola di Capo Rizzuto (Crotone) e due residenti nell’alto Varesotto, a Gemonio – il gip ha disposto il carcere, mentre per le altre quattro i domiciliari.

Si tratta, nello specifico, di infiltrazioni nei subappalti per lavori da eseguire sulla rete ferroviaria – che Rfi, ora parte offesa, aveva appaltato a colossi del settore costruzioni e manutenzione – affidati a società riconducibili ai clan che, tramite un sistema di incassi “in nero”, andavano a sostenere gli affiliati detenuti e le loro famiglie.

Respinte, invece, altre misure cautelari richieste dalla Procura per altri venti soggetti indagati tra anche Alessandro ed Edoardo Rossi, entrambi vertici dell’omonimo gruppo finito anch’esso al centro delle indagini. Il Gruppo Rossi lavora anche nel Nord Europa e in Svizzera, dove ha partecipato ai lavori di armamento della Galleria di base del Monte Ceneri inaugurata nel settembre 2020, e il presidente della società appartiene anche al cda della succursale di Bellinzona: a lui i procuratori milanesi contestano «di aver preso parte a un’associazione a delinquere operante tra Varese e Milano» e di aver avuto «solidi e perduranti legami» con la ‘ndrangheta.

Secondo quanto rilevato dalla Dda nel corso delle indagini, vi sarebbe stato «un piano “di spartizione” in “aree di competenza” dell’intero territorio nazionale» da parte delle imprese alle quali Rete ferroviaria italiana appaltava i lavori, con gruppi imprenditoriali che, come hanno scritto i pm, «gestiscono in regime di sostanziale monopolio l’aggiudicazione delle commesse» con le loro «società (appaltanti)», come, appunto, Gcf del Gruppo Rossi che, secondo un’intercettazione menzionata dagli inquirenti, «ha tutto il Nord Italia».

Il rapporto fra le società appaltanti e quelle subappaltanti – numerose e intestate a prestanome ma tutte riconducibili alla cosca dei Nicoscia-Arena – avveniva tramite la formula del “distacco della manodopera” in modo tale da eludere la normativa antimafia e le limitazioni in materia di subappalto, pagare meno imposte e garantire il procacciamento di fondi extracontabili.

Fondi utilizzati, come detto anche all’inizio, sostenere le famiglie degli ‘ndranghetisti arrestati, per i quali venivano procurati anche «falsi contratti di assunzione per far ottenere benefici premiali».

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