Canton Ticino | 12 Marzo 2020

Coronavirus, tre testimonianze di frontalieri: “Non abbiamo nessuna tutela”

"Chi pensa alla nostra salute? Per favore fate quello che potete per aiutarci". Dopo le misure restrittive aumentano preoccupazioni e perplessità

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In questo momento così delicato, a causa della difficile situazione che stiamo vivendo per il Coronavirus, anche nel territorio a cavallo del confine tra alto Varesotto e Canton Ticino l’aria che si respira è tutt’altro che serena.

Oltre alle decisioni del Gran Consiglio del Ticino, infatti, che ieri hanno generato grande apprensione tra i frontalieri per l’incertezza del tragitto da affrontare e per le lunghe code verificatesi lungo le quattro dogane rimaste aperte (Fornasette, Lavena Ponte Tresa, Gaggiolo e Zenna), a preoccupare i lavoratori italiani è ora la sicurezza, ma anche le pressioni sul lavoro e la tutela della loro salute.

Ben tre, in poche ore, le mail inviate in redazione, più o meno tutte sulla stessa lunghezza d’onda, che raccontano nel dettaglio quanto stanno vivendo in queste ore così complesse i frontalieri del nostro territorio, che hanno voluto esprimere tutta la loro rabbia e la loro frustrazione per dover, ogni giorno, recarsi oltreconfine per raggiungere il posto di lavoro, mentre in Italia quasi tutte le attività hanno abbassato le saracinesche.

Ecco le tre lettere arrivate da frontalieri questa mattina.

“Sono insegnante in un asilo privato svizzero – esordisce una giovane maestra luinese -. Insieme a me ci sono altre due insegnanti che tutti i giorni passano dalla dogana di Fornasette (Luino). Sono davvero perplessa per quanto sta accadendo. A Luino tutti sono a casa per evitare contagi e io invece vado a lavorare con i bambini, vettori fondamentali dei virus, e poi torno nel mio paese come se nulla fosse. In questa visione non posso fare a meno di notare una incongruenza di base”.

“E’ molto semplice – continua -: se i miei connazionali stanno a casa e il virus si dovesse fermare, io invece che continuo a lavorare passando la dogana potrei rimetterlo in circolo. Innescando un circuito che non gioverebbe a nessuno. Tutto ciò non ha alcun senso e mi dispiace essere inerme di fronte alle decisioni prese dall’Italia nei confronti della Svizzera. Non vorrei partecipare alla ‘strage dei nonni’ e invece sono costretta a farlo. Vi invito a riflettere su quella che vuole essere solo una semplice constatazione dei fatti”.

Un’altra frontaliera, allo stesso modo, ha voluto esprimere tutte le sue perplessità: “Sono una donna che vive in provincia di Varese e lavoro nella vicina Svizzera. Sono molto perplessa sul comportamento del governo e della regione riguardo ai frontalieri. Spero che nella richiesta di fermare tutto da parte della Regione Lombardia sia compresa anche la categoria dei lavoratori frontalieri. Al momento non siamo considerati, anzi siamo stati venduti in nome dell’economia al miglior offerente. Le frontiere chiuse, sì, ma per noi no. L’appello a rimanere a casa vale per tutti, ma per noi no”.

“Ogni giorno mi sveglio e spero che chiudano definitivamente le dogane, non mi aspetto questa direttiva dalla Svizzera, al momento in Ticino i contagi sono crescenti, i posti per le terapie intensive limitati – spiega ulteriormente la donna -. Non hanno chiuso le scuole, se non quelle non obbligatorie. Al lavoro proveniamo da varie provincie (Varese, Como, Sondrio). Ma nessuno considera la possibilità di un contagio di ritorno? Se un frontaliere si dovesse ammalare contagerebbe quante province? Ma se un frontaliere dovesse stare male in territorio elvetico, quale sanità se ne occuperebbe?”.

“Per favore vorrei chiarezza, visto che il sistema sanitario lombardo è al collasso – afferma ancora -. Nessuno considera la nostra salute? Chi ci tutela? Però quando si parla di ristorni diventiamo magicamente importantissimi, una risorsa inestimabile. Le aziende svizzere si sono già armate di un programma di emergenza che prevede che alcuni volontari risiedano in Ticino per assicurare la produzione aziendale nel caso in cui chiudessero le dogane. Come tutti, né io né i frontalieri, siamo immuni al Coronavirus. Per favore fate quello che potete per aiutarci”.

Infine, un ultimo lavoratore italiano che è impiegato in Ticino. “Com’è possibile che nessuno, nemmeno tra noi italiani, sottolinea che le dogane chiuse, dal profilo sanitario, farebbero bene a noi? Dovrebbe essere il nostro Governo a chiudere le dogane per non farci venire in mezzo ad un popolo che non è ancora intervenuto con misure più restrittive, nonostante vi siano più casi di Coronavirus rispetto alla provincia di Varese e di Como”.

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