Una corretta intuizione in fase di indagine e poi il supporto tecnico della scienza. Così è stato risolto un caso di furto aggravato che all’apparenza sembrava irrisolvibile, e per il quale nella giornata di ieri è arrivata la condanna ad un anno di reclusione, senza condizionale e con 300 euro di multa, per l’uomo ritenuto il responsabile dell’atto, avvenuto nel dicembre di dieci anni fa a Castello Cabiaglio.
Si tratta di un operaio 36enne di Cittiglio, condannato dai giudici della terza Corte d’Appello di Milano, come riporta oggi il quotidiano La Prealpina, e identificato all’epoca dell’episodio grazie al “fiuto” dei carabinieri di Luino, abili nell’individuare l’unico indizio presente sulla scena: alcune tracce di sangue impresse su un pezzo di vetro – appartenente al portone di ingresso rotto dal ladro – e ulteriori tracce sparse per terra.
Il materiale ematico, una volta repertato, raggiunse i laboratori dei Ris di Parma per le analisi, e da lì fu poi comparato con il profilo genetico ottenuto dalla saliva di una persona sospettata. Il 36enne di Cittiglio, appunto, dichiaratosi sempre estraneo ai fatti, anche da imputato.
“Nessuno aveva visto nulla – si legge tra le pagine del quotidiano locale dove viene ripercorsa la vicenda -, e non c’era nemmeno un impianto di videosorveglianza per riprendere il ladro mentre portava via la refurtiva, per altro mai più trovata: quindici frese, avviatori, rifilatori, taglierini, pantografi, una macchina bobinatrice, computer e reflex”.
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