(di Fabio Passera) E’ un documento eccezionale quello emerso grazie agli archivi della famiglia di Danilo Gubitta. Un atto che porta addirittura la data del 28 gennaio 1630 e rogato dal Notaio Michele de Clerici fu Giovan Battista, di Maccagno. In ballo non una questione da due soldi, ma il tentativo di mettere definitivamente pace nell’infinita controversia che contrapponeva le genti di Graglio a quelle di Armio per lo sfruttamento di pascoli e terreni sul monte Sirti.
Una questione per addetti ai lavori? Nient’affatto. Per chi è un pochino addentro alle cose della Val Veddasca, sa perfettamente che si trattava di questione che andava ben oltre a una disputa tra paesani. In ballo l’orgoglio dell’appartenenza, le consuetudini, le tradizioni orali. Ma sono davvero passati, quasi Quattrocento anni?
In una fredda mattina d’inverno suonò la campana nella piazza pubblica di Graglio, perché quella disputa andava sanata, una volta per tutte. Alla presenza del Notaio e dei rispettivi Sindaci, tutti insieme arrivarono i maggiorenti del paese. Ognuno provi a riconoscere qualcuno dei propri antenati o, almeno, del proprio casato. C’erano i Del Hera (forse oggi diciamo Dellea?), i Del Sartore (i Sartorio attuali?), i Rocchinotti (beh, troppo facile…), i Montina (oggi li chiamiamo solo Montini), i Del Monico (all’anagrafe, poi rimasti i Monaco), i de Saredi. Pace per gli assenti e per quelli “…che non capivano niente..”: una transazione tra le due popolazioni si doveva trovare, per quella zona che dalla “Quadra” saliva fino al “Sirti”.
Fu stilato un lungo e minuzioso elenco di strade che dovevano servire entrambe le popolazioni, quali pascoli spettavano all’uno e quali all’altro. Ma da lì in avanti che la cosa fosse definitivamente terminata: e nel caso che “…qualche bestia di quelli di Armio si trovasse essere andata nei beni di detti di Graglio che sono sotto alla strada di Forcora e guastino il fieno che in tal caso il padrone di detta bestia sia obbligato a pagare il dannificato…”. Da oggi in avanti, “…i comunisti di Armio…” (ma la politica non c’entra: nel XVII secolo era il modo più semplice per definire “quelli del Comune di Armio”) non avrebbero più avuto scuse.
Francamente, a leggere “l’istrumento” del Notaio de Clerici, si direbbe che l’uomo di Legge parteggiasse un poco per quelli di Graglio. Ma, probabilmente e prosaicamente, stava semplicemente dalla parte di chi lo pagava. Fatto sta che la storia non si può immaginare mai, come la ragione, che stia da una parte sola. Certo fa impressione leggere tante assonanze con l’attualità, pur in un contesto economico nel quale il solo avere un pezzo di proprietà in più da coltivare o per far pascolare le mandrie, avrebbe fatto la differenza per una vita intera. Bastano le tradizioni tramandate dai nostri vecchi per raccontare di dispute infinite per accaparrarsi pochi fazzoletti di terreno su e giù per la Veddasca.
Semplicemente, ci piace guardare con lo sguardo un po’ scanzonato e certamente disincantato di come gli anni e le stagioni siano, davvero, passate invano. Questa pagina ha solo la presunzione di raccontare storie in bianco e nero che appartengono al nostro passato e che, a torto o a ragione, hanno contribuito a tramandarci un mondo i cui effetti sono arrivati fino a noi. Perché tutti possiamo ricordarci che quel che siamo è solo il frutto di quello che siamo stati. Perché uno può dirsi, genericamente, della Veddasca. Ma che poi sia di Armio o Graglio, di Cadero o della Forcora, di Lozzo o di Biegno, questo cambia davvero tutto.
Perché se è importante sapere dove la storia di queste terre ci ha portato, è ancora più importante capire da dove – la stessa – ha preso origine.
(Fonte Notiziario “Insieme”)
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