(articolo di Federico Crimi – L’Eco del Varesotto)
Il visitatore è introdotto al grande complesso di Ticinallo da due archi trecenteschi a sesto acuto, scolpiti in blocchi di pietra alternata (bianca e nera) di tale fattura da poterne rintracciare esemplari simili solo “in città”, ossia a Como. La vasta corte interna sfoggia sui muri i ritratti della famiglia Clerici e due stemmi concatenati, dei Clerici, per l’appunto, e dei Bessler. Nelle grandi sale, su un camino cinquecentesco, il blasone della casata Sessa richiama singolarmente quello che fu poi adottato dal comune di Luino. Fuori “dal recinto”, una chiesetta privata, di forme neoclassiche, è parte integrante dell’articolato sistema di corti nobili e rustiche sin (almeno) dal XVI secolo.
Tutto attorno, i campi coltivati si estendono nel cuore del pianoro della Valtravaglia, aperti alla vista del lago Maggiore e della Rocca di Caldé, e ancora oggi permettono al podere di “scalare la classifica” delle più grandi tenute della riva lombarda del lago Maggiore, accanto alla celebre Quassa di Ispra che fu dei Cadorna. E poi: un teatrino privato, un Ercole (bella statua neoclassica sotto un portico), un giardino fitto di piante secolari e uno scomparso Chalet di ferro e vetro che, all’epoca della sua costruzione (1880 circa) sembrò anticipare, sulle pagine delle principali ‘guide’ d’Italia, gli sviluppi futuri delle più ardite creazione dell’ingegneria e dell’architettura.
Più o meno, i secoli di storia sedimentati all’interno dello stesso luogo sono 800. L’origine è quasi certamente legata all’insediamento in Valtravaglia della famiglia Sessa, proveniente del Malcantone (oggi Canton Ticino) e con interessi nell’alto lago Maggiore almeno dal XIII secolo. Come ogni buona nobile famiglia, i Sessa vantavano discendenza da un arcivescovo milanese, tale Landolfo, nel X secolo; più concretamente, gli alberi genealogici li associano ai Carcano, ai Pirovano, ai Parravicino, ai Luini (da qui, in parte, la mescolanza araldica con lo stemma della cittadina), ecc. Con il titolo di ser o di dominus, i Sessa sono documentati a Ticinallo alla fine del Duecento o gli inizi del Trecento come vassalli dell’arcivescovo di Milano, anzi come castellani del possente fortilizio (uno dei principali che la città abbia mai controllato), per secoli saldo sulla cima della Rocca di Caldé.
Cinquecento anni dopo, alla fine del XVIII secolo, la famiglia era ancora presente a Ticinallo; ma, come era naturale, le sorti andavano languendo, vuoi per dissipazione del patrimonio nel corso di così lungo tempo, vuoi per l’incalzare di una nuova borghesia, attiva, commerciale e mercantile, pronta a sfruttare le diverse opportunità offerte da radicali cambiamenti economici e sociali. Entra così in scena, nella storia della tenuta, Pietro Nosetti. Era nato attorno al 1716 in un remoto villaggio della Val Veddasca, a nord di Maccagno, presso l’attuale confine colla Svizzera, a quasi mille metri di quota. Da lì, seguendo l’esempio di tanti conterranei, era emigrato per essere impiegato in qualche cantiere, in Italia o in Svizzera, non sappiamo. Di certo, dopo la metà del Settecento, era a capo di un’impresa edile a Milano di tale portata da avere sotto controllo tutto il mercato delle commesse pubbliche e della Corona.
Per questo, Pietro Nosetti fu l’uomo al quale il viceré affidò il delicato cantiere di costruzione del Teatro alla Scala a Milano, su progetto di Giuseppe Piermarini: perché la celerità dei lavori (tempi previsti e rispettati: due anni, tra 1775 e 1776) fosse combinata con la massima precisione nell’esecuzione delle opere. Le fortune accumulate da Nosetti furono ingenti. Dal 1782 iniziò a investire a Ticinallo, finendo non solo per acquisire tutta la proprietà Sessa, ma per portare il possedimento alle dimensioni attuali. Ricostruì anche la chiesetta di S. Martino, come ancora oggi appare. Gli eredi (un nipote) non furono, però, all’altezza. La vasta proprietà passò, quindi, ai Clerici e poi ai Franzosini, entrambi originari di Intra e coinvolti nelle prime industrie che avevano meritato alla cittadina piemontese il titolo di “Manchester del lago”. Quella spinta imprenditoriale era sostenuta anche grazie al contributo di capitali e ingegnosità elvetiche; da qui la relazione parentale tra i Clerici (che risedettero a Ticinallo per qualche decennio attorno alla metà dell’Ottocento) e i Bessler.
I Franzosini, invece, erano attivi nel ramo della produzione del vetro; loro anche l’opificio sorto attorno al 1860 a Laveno e su cui si sarebbe sviluppata la produzione della locale ceramica. Per questo, acquista la tenuta dai Clerici, diedero sfoggio d’abilità artigianale costruendo lo chalet di vetro di cui si è detto. A Leopoldo, in particolare, anche il merito di aver creato il teatrino privato interno alla proprietà (1888); di avervi attivato persino una stagione di spettacoli e di aver animato, nei lunghi pomeriggi estivi di una belle époque piena di fascino, la villeggiatura mondata al Ticinallo. Un avo, Giovanni Maria, si era distinto come scultore: suoi molti lavori nelle chiese del lago; suo anche l’Ercole sotto il portico della corte.
La Prima Guerra non segnò la fine della storia delle tenuta, come, invece, avvenne per altri luoghi, per altre fortune e per altre famiglie. Nel 1918 fu stipulato il contratto di acquisto tra l’ultimo Franzosini e Giuseppe Petrolo. Un nuovo inizio per un nuovo capostipite: Giuseppe fu ingegnere e architetto. Dalla sua penna uscì il progetto del Kursaal di Luino che, nel 1904, anticipò di quasi un decennio, per le audaci forme, il dilagare del liberty, sia a Varese, sia a Milano. L’attività professionale fu affiancata dall’impegno nei settori dell’industria tessile, altro settore per sperimentare in anticipo gli esiti dell’impiego di fibre sintetiche e artificiali.
100 anni dopo, anche grazie ai discendenti (peraltro attenti a non disperdere preziosi documenti di tanta storia), la parabola impressa da Giuseppe alla vitalità dei luoghi rimane un’eredità viva e dinamica.
(Foto Filippo Colombo – agosto 2009 – www.portovaltravaglia.it)
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