Arrivato alla fatidica pensione, dopo una vita trascorsa lavorando alla cava di Arcisate, dove ha imparato a fare qualsiasi tipo di lavoro, Andrea Bon, con una moglie, due figlie e una nipotina, oltre ai due cagnolini adottati e sottratti a maltrattamenti, oggi per la cittadina di Porto Ceresio rappresenta qualcosa di più. Ha preso il proprio tempo, quello che finalmente gli appartiene e lo ha diviso in parti. Una di queste sceglie di regalarla quotidianamente, al servizio della sua piccola comunità, pulendo strade, viuzze e lungolago. Noi siamo andati ad intervistarlo.

Andrea Bon, insieme all’assessore di Porto Ceresio Marco Prestifilippo
Porto Ceresio, dopo la pensione si è messo al servizio della comunità: la storia di Andrea Bon. Un’ esistenza semplice, come quella della maggior parte di noi quella condotta per 65 anni da Andrea. Una vita frenetica, nella quale, in diversa misura, ognuno può cogliere tratti del proprio quotidiano. Anni divisi tra il lavoro che non è mai mancato e gli affetti più cari, quelli della famiglia. Dagli anni della scuola a quelli dell’impiego che lo avrebbe accompagnato nei giorni dell’età adulta, il passo è stato breve. I soldi necessari per studiare erano tanti, forse troppi. Era bene iniziare a lavorare sin da subito non appena l’opportunità si presentava, e per Andrea questa opportunità è stata la Cava di Arcisate.
“Ho lavorato moltissimi anni in Cava, lì ho imparato a fare davvero di tutto – ci racconta Andrea tornando con il pensiero al posto di lavoro di tutta una vita -. Nessuno faceva una cosa sola: ho fatto l’autista, ho imparato a saldare e a svolgere qualsiasi lavoro manuale, quando la cava lo richiedeva. Ho iniziato molto presto a 14 anni. A fatica ho terminato la quinta elementare. La mia famiglia non aveva soldi, la vita era diversa da quella di oggi. La mattina andavo a scuola, ma il pomeriggio dovevo arrangiarmi a fare qualche lavoretto per dare una mano in casa. In particolare ai tempi vivevo a Induno Olona e lì portavo il pane in paese, con una gerla, se la ricorda? Quelle in vimini…”.
La sensazione che l’essenza di quei tempi non ha mai sfiorato la generazione d’oggi è lampante. “Arrivata la pensione è stato difficile per me, la mia vita scorreva tra mille impegni, responsabilità, e perché no, preoccupazioni quotidiane. Il tempo da dedicare a se stessi era poco. La cosa strana, e alla quale non mi ero mai fermato a pensare, è che quando il tempo da dedicare a sé stessi arriva, ed è tanto, ci si sente persi. Non si è più abituati ad essere padroni del proprio tempo. Per me era davvero difficile stare senza far nulla, impazzivo a stare a casa. In un certo senso mi sentivo inutile. Avevo ancora molto da dare, avevo voglia di rimettermi in gioco, ancora. Forse, solo, in modo un pochino diverso. Mi sono trovato a parlare con Marco (ndr, Prestifilippo, assessore di Porto Ceresio), quasi per caso e da lì è nata questa idea”.
Che cosa ha iniziato a fare?
Ho deciso di dedicarmi al mio paese, che per tanti anni avevo trascurato. Era divenuto il luogo in cui vivevo, lo sfondo della mia vita a cui però non ho mai davvero dedicato attenzione. Penso sia normale, è una cosa che capita quando si hanno delle responsabilità, una famiglia da portare avanti, una casa, un lavoro e tutte quelle piccole, ma necessarie cose che ci si ritrova ad affrontare quotidianamente. In questa routine si perde di vista molto, anzi moltissimo. Oggi faccio il possibile per tenere pulite le strade del mio paese, rimuovo i mozziconi di sigaretta e le carte, svuoto i cestini sul lungolago, corro dietro ai cagnolini per pulire quel che lasciano per le strade – racconta Andrea sorridendo -. La mia è una giornata semplice parto da casa alle 7.45 ogni mattina, vengo in centro paese e mi concedo un caffè al bar qui sotto. Ho le chiavi del magazzino e le ho dal primo giorno in cui ho iniziato questo lavoro, segno della fiducia estrema che hanno in me e che mi ha da subito reso felice e messo a mio agio. Nel magazzino ho il mio carrellino: scopa, paletta e via. Lavoro fino alle 11.30 circa, a quell’ora ritorno con i sacchi pieni di spazzatura e li deposito. Poi passo a comprare il pane e torno a casa dove ad attendermi ho i miei adorati cani, che all’inizio non volevo ma mia moglie, figlia di cacciatori, e le mie figlie mi hanno convinto. Nel pomeriggio, quando ne ho ho voglia, vengo a giocare a carte in centro. Le giornate però non son mai uguali, ogni giorno faccio un pezzo differente. Ho ampia libertà nello svolgere questa attività che rendo anche flessibile in base alle esigenze che emergono giorno dopo giorno. Sia l’amministrazione che l’operatore ecologico, che incontro ogni mattina, mi lasciano tanto margine di manovra, ma quando ci sono necessità particolari mi adatto con entusiasmo, sapendo che quando arriva una specifica richiesta il mio contributo è ancor più importante per i miei concittadini. Come ad esempio è capitato nel periodo in cui ha nevicato: in quelle giornate sono passato dal raccogliere le carte a spargere il sale nelle viette. In generale però ho il mio programma, che stilo a inizio settimana e che si conclude il venerdì, per poi ricominciare il lunedì. L’idea è mettersi a disposizione e fare giorno per giorno quello di cui c’è bisogno.
Ma cosa spinge un uomo che nella vita ha sempre lavorato e fatto sacrifici ad arrivare alla pensione, un periodo nel quale si dice sia finalmente possibile potersi godere la libertà, a ricominciare da zero?
La pensione è un periodo della vita che arriva dall’oggi al domani, in modo inaspettato. Si parla di questo periodo per tutta la vita, lo si attende in qualche modo, ma non si è mai preparati quando arriva. Questa è una società in cui il lavoro diventa in qualche misura “la vita” e quando viene a mancare capita che le persone si spengano. Inizialmente questa esperienza l’ho intrapresa per mettermi alla prova, capire e vedere se ero capace di stare in squadra, a contatto con le persone. Avevo, e ho a oggi, un bellissimo rapporto con i capi che ho avuto, ma nel mio lavoro ero da solo per la maggior parte della giornata, avevo un compito da svolgere e dovevo portarlo a termine. Ora non è più così, sono circondato dai miei concittadini e faccio qualcosa per loro. Ogni giorno cerco di adeguarmi alle necessità. Ad esempio facendo questa attività ed essendo sempre per le strade di Porto Ceresio mi sono reso conto che dovevo farmi dare una cartina, perché i passanti vedendomi lì hanno iniziato a prendermi come riferimento: chiedono indicazioni ed informazioni. Mi dispiaceva dover rispondere “vai in piazza, lì trovi la cartina”, allora adesso, piano piano, mi sto studiando tutte le vie del paese e mi accorgo di farlo davvero con piacere. La verità è che solo ora, stando a contatto con la gente e con la vita del mio paese, mi trovo a pensare: “guarda cosa ho perso in tutti questi lunghi anni di lavoro”.
Se potesse tornare indietro, sceglierebbe un altro tipo di lavoro, magari di squadra?
Sì, probabilmente sì. Ho dovuto aspettare di avere 65 anni per rendermene conto, non è strana la vita? Ho dovuto attendere 65 anni per capire quanto sia gratificante fare qualcosa per gli altri, lavorare con e per il bene di altre persone. A 65 anni ho capito quanto grande sia il valore di un sorriso ricco di gratitudine. Persone anche che non conosco, passano e mi salutano… in quel saluto sorridente io avverto un “grazie”, che è sufficiente a ripagare tutti gli sforzi fatti. Sapere che si sta facendo qualcosa per una giusta causa, anche per chi viene da fuori, ha un valore inestimabile, secondo me.
Lei come cittadino avvertiva la mancanza di cura in questo ambito?
Non direi mancanza, secondo me ci si era un po’ lasciati andare, anche e soprattutto nei gesti più semplici che da soli basterebbero a rendere l’ambiente migliore per tutti. Fumi la sigaretta? La brace va a terra, il mozzicone nel cestino. A mio modesto avviso, si fa troppo poco per una cosa che è di tutti e che spesso non si considera come tale. Se ognuno pensasse e percepisse che quello che lo circonda è suo, facendo il possibile per curarlo, come si fa con il giardino di casa, ad esempio, di quel che faccio io non ci sarebbe nemmeno bisogno. Purtroppo, però, riesco a capirlo perché penso a quando lavoravo io, andavo via alle 4 del mattino, tornavo alle 8 di sera. Partivo con il buio e tornavo quando era notte. In quegli anni non ho fatto niente per il mio paese, perché ero preso a correre dietro al denaro e al lavoro, per riuscire ad avere qualcosa da mettere via, da lasciare ai figli, che penso sia quello che accomuna un po’ tutti i padri di famiglia. Oggi senza la frenesia degli impegni riesco a vedere tutto con uno sguardo diverso e a rendermi conto di quanto sarebbe stato semplice farlo anche prima. Sa, quando il lavoro prende così tanto tempo nella nostra vita, si smette di pensare al fatto che il luogo dove si vive è anche nostro e come tale è una nostra responsabilità. Si pensa sempre che qualcuno lo farà per noi. C’è un po’ di superficialità, e questa porta ad allontanarsi dal paese, dalla città e dalla comunità di cui si fa parte. La lontananza poi arriva a esserci anche tra le persone, per cui ognuno tende a pensare per sé, perdendo tanto senza rendersene conto. Oggi penso di poterlo dire: questo è un vero peccato.
Abbiamo parlato con qualche membro dell’amministrazione e con qualche cittadino. Tutti si sono detti entusiasti del lavoro che svolge, avverte la loro gratitudine?
Ho parlato con l’amministrazione per chiedere se stesse andando tutto bene e mi hanno detto di essere molto soddisfatti del lavoro che quotidianamente svolgo. Ma il posto dove più di tutti capisco che quello che faccio è davvero utile è la strada. Le persone mi salutano, sorridendo, come dicevo prima, e dal modo in cui si rivolgono a me capisco subito che sono consapevoli che lo sto facendo per loro. La gratitudine che i miei concittadini sanno esprimere è immensa. Spesso vogliono offrirmi il caffè e questo è molto bello perché sento davvero di appartenere ad una comunità e, nel mio piccolo, di prendermene cura. Il volontariato è qualcosa di strano: da un semplice passante che mi augura “buon lavoro”, riesco davvero a trarre il “buono della giornata”.
Insomma, è proprio vero il detto “Non puoi dire di aver vissuto veramente, se non ha mai fatto qualcosa per qualcuno che non potrà mai ripagarti”. Un grande insegnamento quello che ci ha raccontato oggi Andrea.
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