(don Cesare Zuccato) Carissimi, «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalle nostre Chiese». Con queste parole, nel 2015, Papa Francesco ci ha indicato una strada che oggi siamo chiamati a percorrere con convinzione.
Il Sinodo dei Vescovi, il Cammino sinodale delle Chiese in Italia e le Assemblee sinodali decanali della nostra Diocesi ci ricordano che la sinodalità non è uno slogan, ma uno stile di Chiesa, un modo di vivere la fede e costruire la comunità. E il primo luogo in cui tutto questo diventa concreto è proprio il Consiglio Pastorale!
Non un piccolo parlamento, ma un’esperienza di comunione. Il Consiglio non è un’assemblea in cui prevale chi ha più voti o alza maggiormente la voce. E non è neppure un gruppo chiamato semplicemente ad aiutare il parroco. È il luogo in cui sacerdoti e laici, con doni e sensibilità differenti, cercano insieme la strada che il Signore indica alla comunità. Nessuno possiede da solo tutte le risposte. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per riconoscere ciò che lo Spirito suggerisce alla nostra Chiesa.
Prima di decidere, imparare ad ascoltare. La domanda più importante non è: «Che cosa dobbiamo fare?», ma: «Che cosa ci chiede oggi il Signore?». Per questo il Consiglio vive nell’ascolto della Parola di Dio, nella preghiera e nel dialogo fraterno. Lo Spirito Santo può parlarci anche attraverso chi vede le cose diversamente da noi. La sinodalità ci insegna a non imporre le nostre idee, ma a discernere insieme la volontà di Dio, nella comunione tra il pastore e il suo popolo.
Anche votare è un gesto di fede e di corresponsabilità! Quando scegliamo i membri del Consiglio Pastorale non compiamo una semplice formalità: viviamo già un’esperienza di Chiesa sinodale! Votare significa riconoscere nei fratelli i doni che il Signore ha seminato, esprimere fiducia e affidare ad alcuni il servizio per il bene di tutti. È un modo concreto per dire: «Questa comunità mi sta a cuore. Non sono soltanto uno che partecipa: sono parte viva del suo cammino!». E chi offre la propria disponibilità non cerca prestigio, ma risponde con generosità a una chiamata: un piccolo, grande «eccomi» al Signore e ai fratelli. Un cuore grande quanto tutta la comunità.
San Giovanni Paolo II ricordava che «tutta la comunità si esprime attraverso il suo consiglio». Per questo un consigliere pastorale non rappresenta soltanto il proprio gruppo o la propria parrocchia. È chiamato ad avere uno sguardo capace di abbracciare tutti: giovani e anziani, famiglie e persone sole, chi frequenta e chi si è allontanato, chi vive nella serenità e chi attraversa la sofferenza, chi è nato qui e chi è arrivato da lontano. Una comunità è davvero viva quando nessuno viene dimenticato e ciascuno può sentirsi a casa.
Non fare tutto, ma scegliere ciò che conta. Il Consiglio non deve limitarsi a organizzare attività o risolvere urgenze. Il suo compito è aiutare la comunità a guardare avanti, riconoscere le sfide e individuare le priorità della missione. Non serve moltiplicare le iniziative, ma scegliere ciò che aiuta davvero a incontrare il Signore e a crescere nella fede. Con il coraggio, quando necessario, di superare il comodo «si è sempre fatto così».
La gioia di essere Chiesa insieme. Non siamo un’organizzazione che distribuisce servizi religiosi, ma una famiglia di fratelli e sorelle chiamati a condividere la fede e la speranza. Il nostro Arcivescovo Mario ci invita a lasciarci incantare dall’opera di Dio, a essere fieri della nostra chiamata e disponibili alla gioia. E ci indica una meta: diventare sempre più «una Chiesa di corresponsabilità sinodale». Così auguro un buon cammino a tutti.
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