Riceviamo e pubblichiamo una lunga lettera inviataci da Giulia Bianchi, figlia dell’ex sindaco di Luino Enrico Bianchi, che riflette e analizza quanto accaduto negli ultimi anni di mandato del proprio papà, e di quanto vissuto durante alcuni spiacevoli episodi avvenuti.
Non sono solita commentare gli avvenimenti della politica locale, poiché credo che i familiari dei candidati debbano mantenere un basso profilo. Da persona che si avvicina ai trent’anni, però, non posso esimermi dal parlare, perché questo avvenimento ci coinvolge tutti.
Faccio i complimenti a “Vento del Verbano” e desidero che ciò che è stato rivolto a mio padre per cinque anni non si ripeta più. Non auguro situazioni di tensione violenta, come avere la Digos in Consiglio Comunale perché si è alimentato un clima d’odio verso tuo padre e la giunta. Non auguro la sensazione di non sapere se, da lì in poi, un familiare avrà supporto e tutele da parte di Stato e Prefettura. Non è stato facile vedere insulti, rotture e voltafaccia di alleanze nei racconti di una persona il cui operato ha comportato un enorme sacrificio.
Non è facile ascoltare un familiare che deve fare i conti con tensioni più grandi di lui. Perché in fondo sai che non le potrà sostenere: è come essere un granello in mezzo a un mare gigante, in una città che spesso si è piegata a forti interessi economici (lo dicevano anche autori locali, e so riconoscere i difetti della mia comunità, che volente o nolente fa parte di me).
Papà ha avuto un ruolo privilegiato, ma carico di responsabilità e anche di rischi. Mi auguro che i vostri familiari non passino ciò che abbiamo passato noi, perché serve responsabilità nel gestire i conflitti e nel tutelare le persone che ci sono avverse.
Presumo non sarà semplice agire in un contesto segnato da una crisi economica persistente; mi auguro quindi che sia dato spazio alla comunità più prossima, tutta. Non credo servano decisioni calate dall’alto se lo Stato non supporta le politiche dal basso, linfa degli enti locali. E personalmente non ho bisogno del solo decoro se la cittadinanza è esclusa.
L’antropologo Tim Ingold afferma che “costruire comunità è un’azione di corrispondenza: un fare continuo in cui le persone agiscono in sinergia con il territorio e le esigenze dei suoi abitanti, ridisegnandosi continuamente”.
Viene da chiedersi se queste qualità ci saranno in una realtà dove le luci spesso si spengono. Se l’unica capacità è quella di creare una comunità respingente, allora forse non si sta creando nulla.
Buon lavoro.
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