(da Germignaga, ricordi dal passato.) Come anticipato dalle previsioni meteo di questi ultimi giorni, è arrivato un anticiclone che ha fatto schizzare verso l’alto la colonnina di mercurio dei termometri, facendo registrare temperature prossime ai trenta gradi. Per molti sicuramente si tratta di qualcosa di piacevole, ma non bisogna dimenticare che, a volte, con questi bruschi rialzi di temperatura si possono innescare pericolose grandinate.
È infatti accaduto frequentemente negli ultimi anni con gravi danni cagionati soprattutto alle autovetture, ma in verità non si tratta di qualcosa di nuovo: un tempo questi impetuosi fenomeni atmosferici erano particolarmente temuti dalla popolazione locale in quanto distruggevano in poco tempo il frutto del duro lavoro nei campi.
Qualcosa di particolarmente grave avvenne esattamente 125 anni fa, quando, intorno alla fine della prima settimana di maggio del 1901, una violenta grandinata colpì tutta la fascia lacuale da Maccagno a Laveno, con danni particolarmente gravi registrati proprio a Germignaga, Porto Valtravaglia e Colmegna.
Il cronista dell’epoca riportò che vennero danneggiati la maggior parte dei vitigni, dei gelsi e delle altre piante da frutto coltivate in questi luoghi, togliendo così ogni speranza di un buon raccolto ai rispettivi proprietari. A margine della notizia lamentava però l’assenza di alcun cannone grandinifugo nei dintorni, auspicando che quanto prima si pensasse ad istituire fra i proprietari un consorzio, come ormai ne esistevano in molti paesi.
Ma a cosa si riferiva esattamente questo cronista?
Pochi anni prima, un austriaco, Albert Stiger, proprietario di ampi vigneti in Stiria nonchè produttore vinicolo, stanco dei ripetuti danni causati dalla grandine, cominciò a sparare nelle nuvole dei mortaretti, ipotizzando che, con lo scoppio al loro interno, le nubi si sarebbero dissipate, grazie anche allo spostamento d’aria provocato dalle onde d’urto sonore.
Pur non essendoci alcun valido fondamento scientifico, l’esperimento del signor Stiger trovò rapidissimamente proseliti anche nella vicina Italia e un costruttore di macchine agricole di Breganze (Vicenza), Pietro Laverda, brevettò e iniziò a commercializzare un proprio cannone grandinifugo, modificando l’originale del signor Stiger. Lo dotò di trombe verticali per amplificare il boato dello scoppio e modificò il sistema di accensione della carica esplosiva.
Una martellante campagna promozionale, fatta mediante esposizioni fieristiche, pubblicità sui giornali e una rete di rivenditori e costruttori (fra cui anche un varesino, Romeo Bassetti), fece rapidamente la fortuna del signor Laverda, nonostante la dubbia efficacia di questo dispositivo che infatti non ebbe una lunga vita commerciale.
A decretarne il declino, oltre alle sempre più numerose recensioni scientifiche negative, furono pure alcuni tristissimi incidenti, uno dei quali avvenuto nella vicina Capolago il 18 giugno 1901, quando un contadino di 42 anni perse la vita a causa dello scoppio difettoso della carica, che lo investì in pieno, uccidendolo sul colpo. Tutto questo contribuì a farli cadere in disuso già dal 1906 anche se, periodicamente, ritornano ad essere proposti, pur in assenza di concreti risultati.
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