I sindacati che rappresentano i lavoratori frontalieri tornano a far sentire la propria voce sui principali dossier aperti tra Italia e Svizzera. In un comunicato congiunto diffuso il 13 marzo da Milano, Verbania, Sondrio, Bellinzona, Coira e Briga, le organizzazioni chiedono un intervento urgente delle istituzioni italiane per risolvere alcune criticità che riguardano migliaia di lavoratori che ogni giorno attraversano il confine.
Il documento è firmato dalle sigle italiane CGIL, CISL e UIL insieme ai sindacati svizzeri UNIA, OCST, VPOD, SYNA e Syndicom.
Il primo problema riguarda i cosiddetti lavoratori transcantonali, cioè coloro che risiedono in una provincia italiana ma lavorano in un cantone svizzero non confinante.
Secondo i sindacati, l’autorità fiscale del Canton Ticino starebbe applicando la tassazione alla fonte senza tener conto di quanto previsto dal cosiddetto Decreto Omnibus, che consente – a determinate condizioni – di optare per un’imposta sostitutiva pari al 25% delle imposte già applicate in Svizzera.
«L’autorità interpreta l’aliquota opzionale come una tassazione speciale, collocandola fuori dalle intese transnazionali e applicando per questo il 100% della tassazione alla fonte», spiegano le organizzazioni sindacali. Per questo motivo CGIL, CISL e UIL chiedono al governo italiano e alla Regione Lombardia di intervenire affinché «si rispettino le leggi del nostro Paese».
Un secondo tema riguarda la cosiddetta tassa sulla salute, il contributo regionale destinato ai frontalieri approvato circa due anni fa ma mai entrato realmente in vigore.
Negli ultimi giorni il dibattito è tornato d’attualità. La Regione Piemonte ha confermato la propria rinuncia all’applicazione della misura, mentre anche alcuni esponenti del Gran Consiglio del Canton Ticino hanno espresso dubbi sulla compatibilità della norma con gli accordi internazionali tra Italia e Svizzera.
I sindacati parlano di uno stallo politico e di un sostanziale disinteresse delle regioni coinvolte, sottolineando inoltre il rischio di una doppia imposizione fiscale in violazione del trattato internazionale. Le organizzazioni chiedono quindi l’abbandono definitivo del provvedimento, ribadendo che in caso di applicazione verrà presentato ricorso alla Corte Costituzionale.
Il terzo punto riguarda i cosiddetti ristorni, le somme che la Svizzera versa ai comuni italiani di frontiera come compensazione per i servizi forniti ai lavoratori frontalieri.
Le organizzazioni sindacali respingono ogni ipotesi di modifica dell’attuale sistema, ricordando che il meccanismo è stato definito dal trattato fiscale tra Italia e Svizzera del 2020 e resterà in vigore fino al 2033.
Secondo i sindacati, cambiare le regole oggi significherebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria dei comuni di frontiera, che contano su queste risorse per sostenere servizi e infrastrutture.
Nel comunicato, le organizzazioni sindacali ricordano anche che molte delle questioni interpretative emerse dopo l’entrata in vigore della legge 83 del 2023, che recepisce il nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera, potrebbero essere affrontate all’interno degli strumenti di confronto previsti tra i due Paesi.
Tra questi figura il tavolo interministeriale istituito nel febbraio 2025, che però – sottolineano i sindacati – non è mai stato convocato nuovamente dopo la prima seduta.
Per questo CGIL, CISL, UIL e le organizzazioni sindacali svizzere chiedono la convocazione urgente del tavolo, ritenuto fondamentale per affrontare e risolvere le criticità che continuano a pesare sui lavoratori frontalieri e sui territori di confine.
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