Prosegue, a Varese, il processo “Nerone” e davanti al collegio del Tribunale si è presentato, per rendere dichiarazioni spontanee, Giuseppe Torcasio. Detto “Zio Pino”, è lui il principale imputato di un processo che vede complessivamente diciassette persone sotto accusa e, come racconta il quotidiano locale La Prealpina, ha preso la parola in prima persona per rispondere al quadro accusatorio delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano.
Secondo l’impostazione dell’accusa, si legge nell’articolo a firma di Paolo Grosso, Torcasio – difeso dall’avvocato Corrado Viazzo – sarebbe una figura di riferimento dell’associazione contestata, chiamata a rispondere di una trentina di episodi tra estorsioni, spaccio di droga, lesioni, danneggiamenti, violenza privata e usura: reati aggravati, per l’accusa, dal metodo mafioso. Un impianto accusatorio che l’imputato ha nettamente respinto, prendendo le distanze dalla fotografia tracciata dagli inquirenti.
Il processo trae origine da un’indagine dei carabinieri avviata nel 2017, dopo una serie di incendi dolosi che avevano colpito auto e furgoni in Valmarchirolo. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe esercitato una forza intimidatrice sul territorio, fondata su un vincolo associativo e su condizioni di assoggettamento e omertà, con tecniche tipiche del controllo territoriale e una presunta contiguità con la cosca Giampà.
Originario di Lamezia Terme, Torcasio ha ricostruito in aula la propria storia personale e lavorativa: da 38 anni residente nel Varesotto, un passato da agente immobiliare e oggi pensionato. Davanti ai giudici si è definito «un libero cittadino e un galantuomo, non un mafioso», negando di avere avuto un ruolo di vertice o di influenza criminale sul territorio. Come riportato sempre da Prealpina, ha inoltre ridimensionato anche i rapporti con il cugino Vincenzo Torcasio, detto “u Niuru”, con precedenti penali per mafia, e ha escluso qualsiasi collegamento con il clan della ’ndrangheta Giampà.
Nel corso delle dichiarazioni sono stati affrontati anche alcuni comportamenti che, per l’accusa, rappresenterebbero segnali di autorevolezza e controllo del territorio: piccoli prestiti concessi, caffè offerti ai carabinieri in servizio nelle valli, pasti pagati per amici e conoscenti. Azioni che Torcasio ha ricondotto al proprio “essere galantuomo”, negando che potessero avere una valenza intimidatoria o criminale.
Con le dichiarazioni spontanee di Giuseppe Torcasio si è chiusa la fase istruttoria del processo. La discussione finale, si apprende dal quotidiano locale, con le richieste del pubblico ministero Giovanni Tarzia e le arringhe dei difensori, è in programma per la fine di febbraio.
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