Luino | 9 Novembre 2025

Luino, il messaggio domenicale di Don Cesare: «È la carità che ci fa essere»

Un messaggio di Papa Francesco sul valore eterno della carità, condiviso da don Cesare in occasione della Giornata della Caritas e della Giornata mondiale dei poveri

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Nella Giornata della Caritas e nella Giornata mondiale dei poveri, vi lascio alcune parti di un discorso fatto da Papa Francesco al convegno di Caritas Internazionalis. Un saluto, don Cesare.

È la carità che ci fa essere. Quando accogliamo l’amore di Dio e amiamo in Lui, attingiamo alla verità di ciò che siamo, come individui e come Chiesa, e comprendiamo a fondo il senso della nostra esistenza. Non soltanto capiamo l’importanza della nostra vita, ma anche quanto sia preziosa quella degli altri. Distinguiamo chiaramente come ogni vita sia irrinunciabile e appaia come un prodigio agli occhi di Dio.

L’amore ci fa aprire gli occhi, allargare lo sguardo, ci permette di riconoscere nell’estraneo che incrociamo sul nostro cammino il volto di un fratello, con un nome, una storia, un dramma a cui non possiamo rimanere indifferenti. Alla luce dell’amore di Dio, la fisionomia dell’altro emerge dall’ombra, esce dall’insignificanza e acquista valore, rilevanza. Le indigenze del prossimo ci interrogano, ci scomodano, ci provocano alla sfida della responsabilità.

È sempre alla luce dell’amore che troviamo la forza e il coraggio di rispondere al male che opprime l’altro, di rispondere in prima persona, mettendoci la faccia, il cuore, rimboccandoci le maniche. L’amore di Dio ci fa avvertire il peso dell’umanità dell’altro come «un giogo soave e un carico leggero» (Mt 11,30). Ci induce a sentire come nostre le ferite che scorgiamo sul suo corpo e ci sollecita a versare l’olio della fraternità sulle piaghe invisibili che leggiamo nell’animo altrui.

Vuoi sapere se un cristiano vive la carità? Allora guarda se è disposto ad aiutare di buon grado, con il sorriso sulle labbra, senza brontolare e adirarsi. La carità è paziente, scrive Paolo, e la pazienza è la capacità di sostenere le prove inaspettate e le fatiche quotidiane senza perdere la gioia e la fiducia in Dio. È il frutto di un lento travaglio dello spirito, in cui si impara a dominare se stessi, prendendo coscienza dei propri limiti.

Uscire dall’autoreferenzialità, dal considerare ciò che vogliamo per noi come il centro attorno a cui far ruotare ogni cosa, ci chiede di contenere la tirannia dell’egocentrismo e di favorire la fioritura dei carismi altrui. Il cristiano immerso nell’amore di Dio non conosce l’invidia, perché «nell’amore non c’è posto per il provare dispiacere a causa del bene dell’altro» (AL 95). Non si vanta, ma accosta l’altro con rispetto, gentilezza e tenerezza, consapevole delle sue fragilità.

Coltiva in sé l’umiltà, «perché per poter comprendere, scusare e servire gli altri di cuore, è indispensabile guarire l’orgoglio» (AL 98). Non cerca il proprio interesse, ma promuove il bene dell’altro, sostenendolo nello sforzo di conseguirlo. L’amore tutto copre, non per nascondere la verità, ma per distinguere il peccato dal peccatore, affinché l’uno sia condannato e l’altro salvato.

Paolo conclude il suo “elogio alla carità” affermando che quest’ultima, in quanto via eccellente per giungere a Dio, è più grande della fede e della speranza. Mentre queste sono doni provvisori, la carità è un dono definitivo, un’anticipazione del Regno di Dio. Tutto il resto passerà, ma la carità non avrà mai fine. Il bene compiuto in nome di Dio è la parte buona di noi che non andrà perduta, perché il giudizio di Dio sulla storia si compie sull’oggi dell’amore.

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