C’è un ritmo che sfugge alle metropoli e si insinua tra le colline del Varesotto, tra le pieghe del tempo e le voci basse dei borghi antichi. Un tempo che non corre, ma cammina. E spesso si ferma. È in quel silenzio che comincia il viaggio tra Voldomino e Maccagno, due punti di un filo che cuce storie, pietre e sentieri lungo le rive del Verbano. Un viaggio che non chiede fretta, ma attenzione.
D’altronde, per chi ama scoprire l’Italia fuori rotta, basta un pretesto qualsiasi – una voglia di verde, una giornata di sole, o magari una sosta tra una visita e l’altra sulle tracce di 20Bet per scommettere online – per ritrovarsi su queste strade minori, là dove la bellezza non ha bisogno di essere annunciata.
Voldomino: un nome, due anime
Si parte da Voldomino, oggi frazione di Luino, ma in passato un piccolo mondo a sé. Due nuclei distinti – Voldomino Superiore e Voldomino Inferiore – separati da poche centinaia di metri eppure così diversi nello spirito. È qui che il tempo sembra farsi pietra: le case addossate, i cortili con i gerani, i lavatoi dove ancora si può immaginare il brusio di voci femminili e il profumo acre del sapone di Marsiglia.
La chiesa di San Giovanni Battista, piccolo gioiello romanico che domina la parte superiore del borgo, custodisce affreschi del XVI secolo. E un curioso aneddoto locale vuole che durante la Seconda guerra mondiale, una famiglia del posto vi abbia nascosto alcune reliquie sacre e un violino appartenuto a un ebreo in fuga. Nessun documento ufficiale lo conferma, ma i vecchi del paese lo raccontano con occhi pieni di convinzione.
Sulla via dei mulini e dei castagni
Lasciandosi Voldomino alle spalle, il paesaggio si trasforma lentamente. I sentieri si inoltrano tra boschi di castagni e saliscendi che sembrano usciti da un libro illustrato. È il territorio delle valli del Margorabbia e del Giona, due torrenti che hanno scolpito la valle con la pazienza di chi sa aspettare.
La vecchia mulattiera che collega Voldomino a Colmegna attraversa tratti di bosco così fitti da sembrare cuciti con ago e filo. Lungo il percorso, si incontrano i resti di antichi mulini ad acqua, testimoni silenziosi di un passato agricolo fatto di farina di castagne e pane nero. Uno di questi, restaurato di recente da un’associazione locale, è visitabile su appuntamento e conserva ancora la vecchia ruota in legno.
Colmegna e il fascino discreto della sponda orientale
Colmegna, con il suo piccolo porticciolo e la stazione ferroviaria in miniatura, è il punto in cui il lago si riappropria della scena. Qui il treno della linea Milano–Bellinzona sfiora l’acqua come se volesse specchiarsi. Una passeggiata lungo il “sentiero delle ginestre”, soprattutto in primavera, è un’esperienza quasi sensoriale: il profumo intenso dei fiori, il canto delle cince, il luccichio del lago.
E poi c’è Villa Porta, elegante dimora ottocentesca oggi trasformata in hotel e ristorante, dove si dice che sia passato anche Giuseppe Verdi durante un soggiorno anonimo nei pressi di Luino. Ancora una volta, la storia si mescola alla leggenda e si lascia trasportare dal vento.
Maccagno: l’approdo dei viaggiatori lenti
Il viaggio si chiude – o forse riparte – a Maccagno, paese bifronte che guarda sia alla Svizzera che al blu profondo del Verbano. Un tempo diviso in due (Maccagno Superiore e Maccagno Inferiore), oggi è unito, ma conserva nel nome e nell’architettura le tracce di un’identità spezzata e poi ricucita.
Qui approdò il pittore tedesco Max Ernst nel 1934, stregato dalla luce che si riflette sulle acque del lago. Passeggiando tra le viuzze acciottolate e i resti dell’antica rocca imperiale, si ha l’impressione che qualcosa sia rimasto sospeso.
Il Civico Museo Parisi-Valle, moderno e arioso, custodisce opere d’arte contemporanea in un contesto naturale di straordinaria bellezza. Ed è proprio questa coesistenza – tra passato e futuro, natura e cultura, lago e montagna – a rendere Maccagno un punto d’arrivo per chi viaggia senza l’ossessione della meta.
Quando il tempo si siede accanto a te
Camminare da Voldomino a Maccagno è come sfogliare un album di fotografie in bianco e nero, in cui ogni immagine racconta più di quanto mostra. Ci si scopre a rallentare senza accorgersene. A cedere il passo alle lucertole sui muretti. A seguire con lo sguardo un battello che taglia l’acqua.
E se capita di incontrare un vecchio seduto su una panchina, non abbiate fretta. Fermatevi. Chiedetegli di raccontarvi com’era il paese quando ancora non c’erano le automobili. Vi parlerà di neve che arrivava fino alle ginocchia, di fienili pieni e sere d’estate al chiarore della luna.
Perché, in fondo, il vero tesoro di questo viaggio non è il panorama – pur incantevole – ma ciò che resta dentro. Un’eco. Una memoria. Una voglia inspiegabile di tornare. Anche solo per ascoltare ancora una volta il suono della ghiaia sotto le scarpe.
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