(di Matteo Toson) È ufficiale: Regione Lombardia, nell’incontro di martedì 22 luglio con i sindacati CGIL, CISL e UIL, ha confermato l’intenzione di applicare la cosiddetta “tassa sulla salute” ai vecchi frontalieri. Un’imposta che – nonostante le opposizioni sindacali, le perplessità giuridiche e il malcontento crescente – verrà introdotta con una tariffa minima del 3%, secondo quanto anticipato dalla stessa Regione.
La “tassa sulla salute”, prevista dalla legge di bilancio 2024, consiste in un contributo obbligatorio a carico dei lavoratori frontalieri italiani impiegati in Svizzera e rientranti nella categoria dei cosiddetti vecchi frontalieri, ovvero coloro che già lavoravano oltreconfine prima dell’entrata in vigore del nuovo Accordo sulla doppia imposizione fiscale del 2023.
La finalità dichiarata da parte delle istituzioni è contribuire al Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia, per molti si tratta di una forma di doppia imposizione mascherata da contributo, una misura contestata su più fronti.
Il sindacato svizzero OCST, infatti, ha già espresso una contrarietà netta, ritenendo la tassa: Iniqua, perché ignora i ristorni fiscali già versati dalla Svizzera all’Italia (il 40% delle imposte pagate dai frontalieri). Ingiustificata, poiché nel 2016 fu lo stesso Ministero della Salute italiano a chiarire che i frontalieri non dovevano alcun contributo aggiuntivo. Potenzialmente illegittima, in quanto entra in contrasto con l’accordo fiscale bilaterale che affida alla Svizzera l’esclusiva competenza impositiva sui redditi dei vecchi frontalieri.
Una linea condivisa oggi anche dai sindacati italiani, che chiedono di trasformare la tassa in un contributo volontario, onde evitare il rischio di incostituzionalità. Nonostante le richieste sindacali, Regione Lombardia ha confermato l’impostazione impositiva, decidendo di non retrocedere. L’unica apertura annunciata riguarda la promessa di destinare il 30% del gettito raccolto a un welfare di confine: una misura considerata interessante, ma che non affronta il problema centrale.
A oggi mancano tutti gli strumenti attuativi: il decreto attuativo, le modalità di riscossione e persino una banca dati ufficiale. Non essendo previsto uno scambio di informazioni fiscali tra Svizzera e Italia per i vecchi frontalieri, si ipotizza un sistema di autocertificazione che appare incerto, complicato e facilmente eludibile, con il rischio di generare ulteriore caos amministrativo.
Intanto, i sindacati italiani e svizzeri hanno annunciato nuove assemblee territoriali anche nel Luinese, per informare i lavoratori sull’evoluzione della vertenza. Una tensione crescente che riflette un divario sempre più evidente tra le decisioni politiche e la realtà quotidiana vissuta nei territori di confine.
Mentre la Lombardia prosegue per la propria strada, Piemonte e Valle d’Aosta restano in silenzio. Eppure, per rendere la tassa applicabile su scala nazionale, sarebbe necessaria una gestione omogenea. Senza un coordinamento tra le Regioni, si rischia l’ennesima confusione normativa a danno dei cittadini.
Nel territorio luinese e in tutta la fascia di confine, i frontalieri rappresentano una risorsa essenziale: lavoratori che sostengono l’economia locale, contribuiscono al benessere delle comunità e alimentano i bilanci pubblici. La loro voce continua a chiedere ascolto, trasparenza e rispetto.
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