Lo scorso 14 giugno, l’autore, attore e regista Andrea Ortis ha portato al Cadegliano Festival – Piccola Spoleto un reading teatrale intitolato Frida, mi amor, durante il quale ha guidato il pubblico in un viaggio intenso e simbolico, frutto di un lungo lavoro di ricerca sulla figura della pittrice messicana Frida Kahlo e il suo legame tormentato con il muralista visionario Diego Rivera.
Dopo anni di successi con La Divina Commedia Opera Musical – sia come regista che come interprete nel ruolo di Virgilio – e altri importanti spettacoli come Il Vajont di tutti, riflessi di speranza e Van Gogh Café Opera Musical, Ortis si prepara ora al debutto del suo nuovo lavoro, Frida Opera Musical, un kolossal spettacolare che unisce linguaggi artistici variegati e che dal 30 ottobre di quest’anno andrà in scena al Teatro Arcimboldi di Milano, per poi toccare in seguito le città di Roma, Firenze e Torino.
Reduce da un tour in Cina, l’artista è riuscito in via eccezionale a raccogliere l’invito di Teatro Blu e fare una scappata – proprio nel senso di una toccata e fuga – fin nel cuore delle Prealpi, più precisamente nell’incantevole giardino di Villa Menotti, per parlare un po’ della sua Frida al pubblico di Cadegliano. Al termine di quella che lui stesso ha definito come «una chiacchierata sul vuoto», tra la commozione generale, tutti i presenti si sono alzati in piedi per un lungo applauso e, in seguito, molti di loro si sono avvicinati per scambiare due parole.
Io l’ho intercettato poco dopo, mentre scendeva, da solo, gli scalini di Villa Menotti, con l’aria assorta e l’incedere (in)quieto di chi ha appena lasciato qualcosa di sé sul palco o, per meglio dire, in giardino. Dopo averlo ringraziato – prima ancora di presentarmi – ho buttato là la possibilità di un’intervista, proposta che lui ha raccolto al volo. Così, la settimana seguente, prima che si apprestasse a ripartire con una nuova tournée in Asia, siamo riusciti ad accordarci per una videochiamata. E quello che doveva essere un momento di approfondimento artistico, è diventato qualcosa di più: un viaggio nella sua umanità.
Ecco che cosa mi ha raccontato.
Partiamo dal Cadegliano Festival – Piccola Spoleto. Come sei arrivato fin nel giardino di Villa Menotti?
Beh, potremmo dire che ci sono arrivato per amore. Circa un anno fa, in un altro giardino, avevo incontrato Silvia e Roberto in una situazione fuori dal tempo, molto felliniana. Io incontro volentieri il pubblico quando posso, magari per un caffè, ma in quel caso particolare ero stato invitato insieme ad altri attori a una festa di compleanno. Sono cose che in genere non faccio, però qualcosa mi ha spinto ad andare comunque e lì si sono accesi come dei fuochi: nel mio intervento ho parlato della morte – nel senso di nascita consapevole – poi ho letto qualcosa di Pirandello… E a quel punto è successo qualcosa di bellissimo: tra noi artisti si è creata una forte connessione sulla bellezza, di cui quel piccolo giardino è divento un simbolo, come un piccolo riparo. In seguito, Silvia [Priori] ha insistito molto perché io venissi a Cadegliano, ma lo ha fatto con garbo, con quella luce che lei porta dentro, e io anche se ero molto preso – tra il tour in Cina e il lavoro gigantesco che sto facendo su Frida – alla fine ho detto di sì. Devo ammettere che è stato una faticaccia, perché mi sono alzato alle quattro di mattina, sono arrivato all’una di pomeriggio, la sera ho fatto lo spettacolo e ho finito tardissimo; la mattina dopo sono ripartito alle sette e sono arrivato alle sei di sera. Quindi sì, ci sono arrivato a causa dell’amore, ed è stato molto bello. A parer mio non era neanche uno spettacolo, quello, né un reading, era una semplice chiacchierata sul vuoto… «Di che cosa avete parlato?» «Di nulla».
Quella sera hai un po’ fatto “assaggiare” Frida al pubblico; hai detto che ci lavoravi da ben sette anni…Come è nato il tuo legame con lei?
È una questione di anime inquiete: alla fine uno parla delle cose che gli assomigliano, con le quali sente una risonanza. E io sento una risonanza con Frida, non tanto per la bellezza estetica di ciò che dipinge, ma per quella linea rosso sangue che scorre nella sua vita e che poi diventa miccia, un po’ come è successo anche nella mia storia. Ma Frida è stata anche una sfida. Vedi, io sono da tempo nauseato dalla direzione che sta prendendo il mondo culturale italiano, in particolare quello teatrale, perché – a parte alcuni casi virtuosi – invece di seminare per il futuro si cerca un consenso immediato: si pensa, a torto, che il pubblico vada sfamato con cose semplici, leggere, perché tutto ciò che è “pesante” non vende al botteghino, soprattutto dopo la pandemia. Ecco, io invece credo l’opposto. La leggerezza va bene, ma non deve per forza fare rima con stupidità, specialmente di fronte all’imbruttimento generale a cui assistiamo oggigiorno. Per questo mi piace Frida, perché lei è come i suoi dipinti: un pugno nello stomaco, un bel ceffone educativo, stimolante. Per fare un paragone, potrei evocare l’immagine di un sentiero di montagna, che ti porta alla vetta dopo ore di cammino in salita: una volta che sei su l’orizzonte è identico a quello che vedresti arrivandoci in elicottero, eppure il gusto che provi a contemplare quel paesaggio è molto diverso, proprio perché è figlio del percorso, del tempo, della fatica. Ecco perché Frida. Lei è per me quel sentiero di montagna: tortuoso, assolato, stancante… Che però dà un gusto incredibile al raggiungimento della cima.
Pensi che lei ti abbia insegnato qualcosa con la sua vita, con la sua arte?
“Insegnato”? Caspita… Beh, da italiano purtroppo occidentale, direi di sì. Anche se forse non userei il termine “insegnato”, perché io in primo luogo non cercavo qualcosa da imparare. Vedi, io sono un malato di conoscenza o – come direbbe Dante – di canoscenza, nel senso che sento proprio il gusto della cultura, dei musei, dei libri, della storia, della pittura, della scultura, delle biografie, della musica, della composizione… È un po’ come mangiare per me, sento che queste cose mi riempiono. Oltre a questo, io so che cos’è il dolore nella vita di una persona, so cosa significa resistere e trasformare questa resistenza in coriandoli e stelle filanti. E lo dico senza vanità, perché so che il mio talento viene da tutt’altra parte, che non è mio, ma cade dall’alto, forse, o comunque arriva da qualcosa che non sono io. E la mia espressione creativa nasce dalla mia mancanza, dal mio percorso, dalla mia inquietudine, dalla mia schifosa e maledetta solitudine, che non è una solitudine che dipende dalle migliaia di persone che mi amano e mi stimano, ma è una solitudine del “sentire”, quindi qualcosa che non attiene alla quantità, ma che è nello spirito, nei profumi, nel tatto, in un sesto senso che racchiude i primi cinque e li porta dall’altra parte. Per cui non saprei dire se Frida mi ha insegnato qualcosa, ma sicuramente mi ha mostrato un mondo: sono entrato nei suoi occhi e ho scoperto il Messico. Ho studiato le culture precolombiane, ho scoperto la povertà che noi non abbiamo più, la verità e la schiettezza del popolo dei mercati, lontano da quel consumismo mondano e superficiale a cui noi, invece, siamo irrimediabilmente attaccati; ho conosciuto un popolo che è vero, che è caldo, che soffre. Frida mi ha accompagnato in questo viaggio, e con lei io mi sono innamorato del Messico, della sua apertura e della sua semplicità, dei suoi profumi e dei suoi gusti forti, della sua frutta, delle giungle del Chiapas, delle coltivazioni di agave, della tequila e del mezcal, con quel retrogusto di affumicato… E poi della musica, che è ovunque. Lì c’è la verità del nostro secondo dopoguerra, quando la distruzione ci ha portato la voglia di costruire e la fame ci ha regalato il desiderio di essere comunità. Ecco cosa c’è in Messico, che a noi manca: il senso di un’appartenenza più ampia.
C’è un quadro, tra quelli di Frida, che ti parla più degli altri?
Sì, ce ne sono un paio. Il primo che mi viene in mente è un piccolo dipinto dove una bambina di aspetto indigeno tiene in mano un piccolo aeroplano. Parla del desiderio di volare e mi colpisce molto. Un altro invece è L’abbraccio dell’universo, un’opera di grande potere filosofico e di complicatissima lettura, rispetto al quale adesso mi viene da dire solo una cosa, ovvero che ci sono due modi in cui l’essere umano può vivere: il primo è quello orizzontale, dell’uomo in quanto animale, che comprende il soddisfare i bisogni primari come il mangiare, il dormire, il lavorare e così via; il secondo modo invece è verticale e attiene a quella dimensione trascendente che ci collega con un “altrove”, e che di solito posizioniamo in cielo. Ecco, io, da sempre, la felicità più grande che provo è rendere felici gli altri. Da che io ricordi, non c’è mai stata nella mia vita una felicità più grande di questa: la possibilità di essere uno strumento di felicità altrui è il mio vero godimento, e questo tipo di gioia è molto più grande rispetto a quella che può derivarmi da una soddisfazione personale. Ecco perché faccio arte: perché sento di essere un tramite, ma lo dico senza alcuna vanità. E quella sera, a Cadegliano, io so che avrei potuto andare avanti a parlare ancora per un’altra ora, non perché sono bravo, ma perché quel talento non è mio. Io non mi sento artista perché sono tra gli artisti, ma perché con ciò che faccio sento di appartenere a qualcosa di più grande. Per questo mi piace molto L’abbraccio dell’universo, perché esprime un’appartenenza non ad una categoria, ma a qualcosa che va oltre e abbraccia tutto, come una matrioska infinita: sempre un più piccolo da accogliere, sempre un più grande verso cui tendere.
Questo “donare” attraverso l’arte… è solo per la gioia di farlo o lo senti anche come una responsabilità?
Sì, io penso che il teatro abbia una sua utilità civile, un senso civico, e che partecipi alla costruzione dell’identità di un popolo; penso che provochi riflessioni, sia portatore di malesseri, si opponga a soprusi, abbia il compito di far nascere speranze e di aiutare la digestione intellettuale degli accadimenti della vita, nonché di abbellire, sensibilizzare, carezzare… Penso che il teatro debba e possa opporsi alla brutalità, parlando senza parlare, in contrasto con la violenza dell’urlo; ma penso anche che sia un luogo dove seminare, come fa il contadino, senza l’obbligo di un riscontro immediato – o di un riscontro in generale. Si tratta di un gettare semi al vento: saranno poi la terra e il tempo a dire se ne verrà fuori qualcosa, sarà la gente stessa. Perciò io non penso a un teatro che debba insegnare, non sono un insegnante: io posso solo dire cose, e chi ascolta è libero di poter scegliere se tenere, buttare o perfino usare quello che dico. Quindi io non ho un secondo fine, anzi, a dire il vero non ho neanche un fine. Semplicemente metto a disposizione quello che ho rielaborato: come fossi un ruminante, il mio bolo alimentare diventa scrittura e poi gesto, musica, danza, spettacolo. La scrittura secondo me rappresenta la vera genesi dell’arte, cioè la sfera profondamente erotica o, per meglio dire, “spermatica” dell’atto creativo, perché possiede tutta la forza del seme, che invece manca per esempio all’interprete sul palco. L’attore, infatti, non partecipa al processo di creazione allo stesso modo dell’autore, che è colui che genera e partorisce la storia. Io non sono contrario alla leggerezza o al teatro comico – ho recitato Goldoni, interpretando il marchese di Forlipopoli ne La locandiera non troppo tempo fa – ma sento il desiderio di restituire agli altri qualcosa che è prima entrato dentro di me, impregnandosi del mio vissuto, di ciò che sono, del mio divenire continuo. Questo è il mio modo di stare al mondo.
Quindi qual è nata per prima delle tue “anime”: il regista, l’attore o l’autore? Magari già quando eri bambino o adolescente…
Io non ho mai smesso di essere bambino, se dobbiamo essere proprio precisi… Detto questo, la scrittura mi è sempre appartenuta: l’amore per le parole, per la letteratura, per i temi a scuola; la capacità di scrivere poesie, storie, filastrocche… Parallelamente, però, anche l’anima dell’interprete esisteva già, fin dai primi ruoli ai saggi delle elementari o del liceo. Mentre per quanto riguarda l’essere regista, beh, io mi sono sempre ritrovato a ricoprire posizioni di leadership, già ai tempi della scuola: ero il capitano della squadra di calcio, il rappresentante di classe… Questo a causa del mio carisma, ma non lo dico per vanto, semmai è un fardello: qualcosa che non si conquista, ma con cui si nasce. Questo mi ha sempre portato a farmi una serie di domande. Per esempio, una delle mie più grandi passioni, sul piano della ricerca, è stato Alessandro Magno: ho fatto lunghi studi su di lui e diversi viaggi, proprio archeologici, visitando i luoghi che ha attraversato. Ecco, io mi sono sempre chiesto quante volte lui, il più grande condottiero della storia, passando in rassegna i suoi eserciti, si sarà domandato: chissà com’è essere esercito, stare con gli altri, vivere una vita “normale”… Ecco, questo paragone indegno per dire che io questa cosa la vivo sempre. Cioè, il carisma è una cosa bella… ma è anche difficile, perché ti lascia sempre una grande solitudine.
Non hai mai avuto una guida o comunque una figura di riferimento che ti accompagnasse nel tuo percorso? Un po’ come Virgilio per Dante.
Se ti riferisci a quel bellissimo termine che è “maestro”, sì, ne ho avuti. Ma non parlo di maestri nell’arte, bensì di discernimento, di conoscenza; persone legate alla sfera spirituale, piuttosto che a quella della mera praticità. Ho avuto due o tre figure che mi hanno accompagnato profondamente, aiutandomi a sviluppare strumenti per l’analisi spirituale e quindi decifrare i miei accadimenti interni, che sanno sempre un po’ di maremoto – o meglio – di terremoto. Questo anche dal punto di vista psicoanalitico o filosofico. Quindi, sì, ho avuto i miei maestri. E ora che mi ci fai pensare, fortunatamente, non ce n’è stato nemmeno uno – o perlomeno io non l’ho cercato – che avesse la “parte pratica” al centro del proprio insegnamento.
Io ho da poco finito di leggere “Franny e Zooey” di Salinger, di cui mi ha molto colpito la scena finale, quando Zooey dice alla sorella – che è in piena crisi spirituale e pensa di lasciare il teatro – che “recitare è l’unico atto religioso che ti è concesso”: non importa quanto il mondo sembri falso, vuoto o banale, bisogna farlo lo stesso – come gesto sacro, per tutti e per nessuno, forse per Dio stesso. Anche per te recitare è un atto sacro?
Per me è sacro il teatro, non l’azione teatrale in sé. E il teatro va rispettato, come un luogo nel quale abita il divino, anche se – di per sé – il teatro non è nemmeno un luogo. Quando faccio i casting, sento spesso dire: «Io mi sento libero solo sul palco». Io però non sono d’accordo con questa formula: il teatro non è uno stabile, il teatro sono le persone. Infatti, potenzialmente, si può far teatro ovunque: per strada, sotto un ponte, in un giardino… Il teatro diventa sacro quando è comunione, e questo si realizza solo grazie alle persone che sono presenti. È la gente ad essere sacra, perché il divino abita nell’uomo. Quindi sì, in questo senso il teatro è sacro: è un incontro con gli altri che mi permette anche di incontrare me stesso. E ci passo tutto il tempo del mondo perché io ho bisogno della mia dose quotidiana di amore. Sì, sono un drogato. E soffro di astinenza continua, cioè sento proprio un bisogno di sacro: di persone, di gente, di cuori, di palpitazioni, di dubbi, di baratri, di caos, di dolori, di mancanze, di slanci, di sogni, di fiducia, di ansie, di amori, di corpi… di vita.
Un’ultima domanda: hai mai vissuto momenti di crisi in cui hai pensato di smettere? O anche solo momenti di fragilità, sia sul palco che nella vita.
Beh, ma io sono fragilissimo. Forse non sembra ai più, ma io sono… meravigliosamente fragile. Pronto alla rottura sempre. Ma anche alla ricostruzione. E non è un modo di dire, è proprio così. Ho imparato ad accettare la mia fragilità, e credo di averla trasformata in una forza estremamente potente: la mia è una fragilità che fa rima con verità. E credo che questo la gente lo senta, cioè le persone avvertono che c’è una verità in me, anche proprio – parlando del palco – nell’interpretazione. Mentre alla prima parte della domanda ti rispondo di no. Io non ho mai pensato di smettere di fare teatro, e questo per un semplice motivo: non esiste in me una separazione tra l’uomo e l’artista. Esiste Andrea. Che è un uomo-artista, cioè un impasto di entrambe le cose. Quindi per me non è un mestiere fare l’artista: è proprio il mio modo di parlare, di camminare, di essere… di esistere. L’arte è la mia forma, io vivo quello che faccio; sono un viandante senza destinazione. E il senso del viaggio lo trovo nel viaggio stesso, nell’andare. Ma non ho mai pensato di arrivare da qualche parte. Vado e basta. E questo ovviamente è anche possibile perché vivo solo: non ho famiglia, non ho figli, non ho una compagna… Non ho nemmeno una casa se vogliamo esser sinceri, nel senso di una fissa dimora, un luogo dove mi sento chiamato a rimanere. C’è sempre qualcosa mi (so)spinge oppure qualcosa che mi (at)tira in una direzione o quell’altra. Questo però sempre con gioia, non lo vivo come una costrizione. Io sono così: non si può smettere di essere Andrea.
Per conoscere e rimanere aggiornati su tutti i lavori di Andrea è possibile visitare il suo sito web ufficiale oppure seguirlo sui suoi profili social (Facebook o Instagram), dove condivide col pubblico le tappe del suo percorso.
Nota dell’autrice: A dire la verità, questa non è stata una vera e propria intervista, o almeno non solo. A un certo punto è diventata qualcos’altro: si è aperto uno spazio diverso, dove due anime che si erano riconosciute “a pelle”, si sono davvero incontrate. Forse è per questo che lui, alla fine, l’ha definita un’intervista «buffa», perché la conversazione è stata in qualche modo addolcita da una seconda voce che ha reso tutto più leggero, anche quando la prima avrebbe voluto rimanere seria. Quindi il dialogo è andato sì un po’ fuori copione, ma solo nel modo in cui lo fanno le cose vere, quando smettono di seguire le regole e lasciano il posto a una vita che “accade”, e che, a volte, perfino ti sorprende.
In galleria:
(1) F. Kahlo, El abrazo de amor del Universo, la Tierra (México), yo, Diego y el señor Xólotl (“L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xolotl”)
(2) F. Kahlo, Piden aeroplanos y les dan alas de petate (“Chiedono aeroplani e danno loro ali di paglia”)
(3) F. Kahlo, Las dos Fridas (“Le due Frida”)
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