Lo scorso sabato pomeriggio, dagli spalti della palestra del liceo “Vittorio Sereni” sono risuonati a lungo gli applausi, tutti per lui, come un’onda che non cercava tanto di colmare il vuoto, quanto di onorarlo, come se ogni battito di mani volesse dire: “ti abbiamo visto, ti abbiamo voluto bene”.
Un saluto che è stato molto più di una commemorazione: è stato un abbraccio corale, sincero, profondo, a Osvaldo Cutuli, per anni collaboratore scolastico e presenza inconfondibile del liceo. Insegnanti, studenti, colleghi, amici e famigliari hanno condiviso parole e silenzi, lettere e frammenti di vita. E in ogni voce rotta, in ogni parola lasciata a metà, c’era una verità che passava da cuore a cuore. Anche chi non l’aveva mai conosciuto, in quell’istante, avrebbe potuto sentirne la presenza: non ingombrante, mai eccessiva, ma discreta, una voce amica sempre presente.
Sono stati ricordati i suoi gesti quotidiani: i saluti dalla portineria, le battute taglienti, con quell’ironia così sottile che a volte arrivavi a capire solo dopo, sorridendo tra te e te. Più di una persona ha raccontato di come lo ricordasse con affetto, anche se ogni mattina, puntuale, al suo arrivo a scuola faceva l’elenco di tutto ciò che non funzionava: dalle luci guaste alle porte rotte. Ma anche quel suo brontolio, a ben vedere, era un’altra forma del prendersi cura.
Si è ricordata la sua passione per il calcio, certo, ma anche la sua fede profonda, e quella capacità rara di guardare in faccia il dolore, accoglierlo dentro di sé e poi, quasi come un’ostrica, trasformarlo in una perla di gioia da donare agli altri. Anche io oggi, da ex studentessa, posso confermarlo: quando, un po’ troppo spesso, una crisi di ipoglicemia mi costringeva a lasciare l’aula, lo trovavo immancabilmente a farmi strada, con il commento leggero “Devi andare ancora in infermeria?”, ma lo sguardo pieno di comprensione.
La musica ha fatto il resto, sciogliendo ciò che le parole non riuscivano più a dire. A eseguire alcuni brani, tra emozione e delicatezza, sono stati studenti e personale della scuola. Dalla colonna sonora di Braveheart a “Coraline” dei Måneskin, passando per “Gli anni” degli 883 e “Let Her Go” di Passenger. Ogni nota sembrava portare con sé un pezzo di memoria, una scintilla dell’anima generosa di Osvaldo. In palestra non volava una mosca, eppure si potevano sentire i cuori di tutti battere all’unisono, come uno spartito condiviso, scritto in minore.
E il saluto finale, “Ciao Osvaldo!”, non suonava affatto come un addio. Perché ci sono persone che restano anche quando vanno via. E Osvaldo, con la grazia di chi non ha mai cercato il centro della scena, aveva già conquistato da tempo il suo posto: nel cuore delle persone.
Nel video Giada Scarpato canta “The old Ways” di Loreena Mckinnet.
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