A Villa Fumagalli, a Laveno Mombello, la fotografia non si limita a occupare le stanze: prova a entrarci in relazione. È questo uno degli aspetti più interessanti di “No Bodies”, la personale di Giacomo Vanetti, inaugurata sabato 26 ottobre negli spazi della storica villa, dove rimarrà visitabile fino al 1° dicembre. Un’esposizione nella quale le opere dell’artista varesino vengono accostate agli arredi e agli ambienti dell’edificio, creando un percorso in cui il passato della villa e la ricerca fotografica contemporanea finiscono per incontrarsi.
Durante l’inaugurazione, Vanetti ha raccontato il percorso creativo che ha portato alla mostra, introdotto dagli interventi di Elena Emilitri, responsabile del settore Marketing Territoriale e Servizi alla Persona, e dell’assessora alla Cultura Alice Gomiero.
Vanetti, nato a Varese nel 1974, ha una formazione che unisce grafica, comunicazione visiva, litografia e fotografia. Dopo gli studi al Politecnico di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Granada, si è diplomato all’Istituto Italiano di Fotografia, dove dal 2019 è anche docente di fotografia stenopeica. La sperimentazione sui linguaggi e sulle tecniche fotografiche è una costante della sua ricerca, che nel corso degli anni ha utilizzato procedimenti sia analogici sia digitali e si è concentrata in particolare sulla figura umana e sul rapporto con il mezzo fotografico.
Ed è proprio il corpo, o meglio la sua assenza, a essere al centro di “No Bodies”. Le opere non cercano semplicemente di mostrarlo: lo evocano, lo fanno intuire, lo trasformano attraverso la luce e attraverso il modo stesso in cui l’immagine viene costruita. La presentazione della mostra parla infatti di un corpo che diventa protagonista «solo attraverso l’intuizione», sottratto all’esibizione diretta. Già nelle sue ricerche precedenti la figura umana veniva sottoposta a deformazioni, sovrapposizioni e alterazioni capaci di mettere in discussione la riconoscibilità dell’immagine. In una sua precedente dichiarazione, riferendosi al proprio lavoro, l’artista spiegava che la distorsione gli era servita anche a «creare una distanza tra opera e osservatore», lasciando che l’immagine chiedesse allo spettatore un secondo sguardo.
E forse è proprio questa distanza a rendere particolarmente interessante il rapporto fra le fotografie e Villa Fumagalli. Le opere non sono state semplicemente appese alle pareti come oggetti indipendenti: gli arredi originali della villa entrano nel percorso espositivo, diventando parte della composizione. Sedute, mobili e dettagli degli ambienti storici contribuiscono così alla lettura delle immagini, mentre le fotografie introducono qualcosa di contemporaneo in uno spazio segnato dalla memoria.
Il risultato è un’esposizione nella quale non esiste più una separazione così netta fra contenitore e contenuto. La villa non è soltanto il luogo nel quale si guarda la mostra, ma diventa essa stessa una componente dell’esperienza. Si passa da una stanza all’altra e cambia il rapporto fra fotografia, luce, architettura e arredamento: l’opera non vive isolata, ma acquista un significato diverso a seconda dello spazio che la circonda.
In questo senso, la scelta di Villa Fumagalli sembra particolarmente adatta a una ricerca come quella di Vanetti: la fotografia, che per sua natura registra qualcosa che è già passato, viene inserita all’interno di un edificio che porta a sua volta le tracce del tempo. Un’immagine incontra un luogo che è già memoria, e il visitatore si trova in mezzo a questo doppio livello: ciò che la fotografia conserva e ciò che l’architettura continua a conservare.
Vanetti non è interessato soltanto alla fotografia come strumento per riprodurre la realtà ma ha descritto le proprie «sporcature» come parte della sua poetica, legandole ai difetti e alle imperfezioni dell’essere umano. È un’idea che aiuta a comprendere anche la direzione di una mostra come “No Bodies”: togliere qualcosa all’immagine non significa necessariamente impoverirla. «A volte ciò che non viene mostrato lascia più spazio all’immaginazione di ciò che viene mostrato completamente» ha spiegato l’artista.
La mostra si è così sviluppata come un’esperienza che non chiedeva soltanto di osservare delle fotografie, ma di attraversare uno spazio e lasciarsi guidare dalle relazioni fra immagini, oggetti e architettura. Il finissage è previsto per domenica 1 dicembre, giorno in cui il concerto di musica elettronica sperimentale dei NITON aggiungerà un ulteriore strato percettivo a questa esposizione già ricca di suggestioni. La mostra sarà aperta al pubblico con ingresso gratuito ogni sabato e domenica dalle 14 alle 18, in via Labiena 87.
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