Brissago Valtravaglia | 20 Ottobre 2024

Gianpiero Albertoli, fucilato dai fascisti nel 1944 davanti al cimitero di Brissago Valtravaglia

Il ricordo, a cura dei luinesi Bernardo Pastori e Carlo Banfi. Il presidente Sergio Mattarella alla cerimonia in ricordo del bombardamento alleato su Milano

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Testimonianza-intervista a Carolina Albertoli, nipote di Gianpiero Albertoli, fucilato dai fascisti il 7 ottobre ‘44 con altri quattro partigiani davanti al cimitero di Brissago Valtravaglia.

Il padre di Carolina, Giuseppe A., a fine conflitto si sposa con Annamaria M.

...Giuseppe, due giorni dopo la fucilazione del fratello, potrà recarsi a Brissago Valtravaglia per recuperare il corpo. Lo ha riconosciuto per una cicatrice e per la scatoletta del tabacco. Era ancora fradicio d’acqua, col volto sfigurato. Forse il colpo del calcio di un fucile. Gianpiero aveva chiesto il conforto di un prete e i tempi dell’esecuzione si erano dilatati, come pure il luogo perché il parroco del paese stabilito non se l’era sentita ed allora quel macabro corteo era risalito al nucleo abitato più sopra. I cinque partigiani là fucilati sono stati assistiti da don Paolo Balconi, a cui Gianpiero ha espresso il perdono da comunicare ai carnefici. Il viso fracassato ne è forse stato la ricompensa.

Il fratello Giuseppe ha continuato i suoi viaggi sul treno Milano-Luino, ancora più motivato dopo la fine di Gianpiero. Ad aiutarlo c’era Annamaria M., la futura moglie, sfollata a Ronchiano per evitare i bombardamenti aerei su Milano. Nella parte sud del capoluogo lombardo il padre di Annamaria gestiva un deposito di legna e carbone. Spesso venivano i contadini dai paesi periferici, con pochi soldi, e le tessere annonarie limitavano gli approvvigionamenti. Annamaria aggiungeva qualche palata in più di carbone nel sacco. Quelle buone persone contraccambiavano con un pezzo di quartirolo o a volte con riso, e una piccola parte raggiungeva Ronchiano. Si trattava di prodotti reperibili alla borsanera, ma inaccessibili alle famiglie comuni, per i costi spropositati.

Il 23 aprile ‘45 sono partiti da Milano in bicicletta, una era da panettiere, con un gruppo di amici. Destinazione Laveno, passando da Varese. Nello zaino Giuseppe aveva i volantini clandestini, ben

avvolti in un plico. Vengono fermati sul ponte della Ghisolfa da due militi giovanissimi, che chiedono cosa trasportano. “Libri”. Uno dei due fruga nello zaino e sente il plico, ma non va oltre. Rinviano la partenza e il giorno dopo si rimettono in strada. Arrivati a Varese-Casbeno è mezzogiorno e sentono la necessità di mangiare qualcosa. Si fermano in un’osteria. Non c’è cibo. E allora Annamaria mette mano a una dozzina di uova nascoste nello zaino. In parte si sono rotte. “Sono già pronte per la frittata”. L’oste butta tutto nel tegame e l’appetito fa il resto. A Laveno non c’è bisogno di mandare i volantini di là dal lago, sono già arrivati i partigiani perché ormai l’insurrezione è vicina.

Giuseppe e Annamaria si sono sposati. Hanno avuto tre figli. Maria Carolina ha conosciuto Carlo, originario del quartiere Gorla di Milano. Lì il 20 ottobre ‘44 una scuola elementare, la “Francesco Crispi”, è stata rasa al suolo dalle bombe alleate che hanno fatto scempio di chi c’era dentro. I bambini morti sono stati 184. Oggi la scuola ricostruita è dedicata ai “Martiri di Gorla”. Quel giorno le vittime milanesi sono state 614.

Il suocero di Carolina ha perso la sorellina Paola, una tra quei bimbi presenti in quella drammatica circostanza a scuola. La suocera perde la mamma, che si era recata al forno dove per abitudine si cuoceva un po’ di pane per la casa. Verrà cresciuta da zia Ida, che Carlo, marito di Carolina, chiama nonna.

Da Carlo Pastori: ”Lettere di un alpino della Monterosa 8 marzo ‘44 – 1 aprile ‘45”, a cura di Bernardo Pastori e Carlo Banfi

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