Liste “farlocche” nei Comuni con meno di 1000 abitanti: un problema che si ripresenta in occasione delle elezioni amministrative e che vede coinvolti perlopiù militari e membri delle forze di polizia che formano liste elettorali con l’unico obiettivo di godere di un periodo di congedo retribuito per tutta la durata della campagna elettorale.
Liste che, pur nel pieno rispetto della legge, non hanno alcuna (se non rarissima) possibilità di farsi eleggere e che, molto spesso, non hanno nulla a che vedere con il Comune in cui vengono presentate.
A denunciare questa “stortura della democrazia” è Marco Bussone, presidente nazionale dell’Uncem (Unione nazionale Comuni, comunità e enti montani): «L’arrivo nei piccoli Comuni di liste con candidati totalmente esterni ai paesi è una stortura della democrazia. Una presa in giro per le comunità. Lo ha scritto anche in queste ore il primo cittadino Salvatore Geremia, campano. Ha ragione. Insieme con molti altri colleghi di tutt’Italia che chiedono impegno maggiore del Viminale su questo tema. Ovvero, mettere un argine alle liste che arrivano nei Comuni ma totalmente “esterne” ad essi, con candidati che mai sono stati in quei Comuni».
«Arrivano per caso, spesso con liste di partiti, o che si rifanno a partiti, ma anche “civiche”, costruite in batteria per diversi centri al voto di un medesimo territorio. Un danno per tutti. Anche per i candidati del paese, che lo vivono e lo costruiscono da sempre», afferma Bussone.
Come avviare al problema? Uncem lo dice da tempo: «Introducendo un numero minimo, dieci o quindici, di firme anche nei paesi più piccoli. Così si isola chi arriva solo per strani tornaconti, come permessi per impegno amministrativo o qualche particolare mira di conquista. È una questione di democrazia, mai finora affrontata, da affrontare al Viminale. Anche i Prefetti siano con Uncem nel chiedere una azione politica per salvaguardare i Comuni», conclude il presidente dell’ente.
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