(a cura del professor Carlo Banfi) Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra. Quando un Popolo è chiamato alle armi è un triste giorno.
Oggi i media ci portano “in casa” le immagini di quello che succede nei Paesi coinvolti. Veramente tristi momenti. Ci prende lo scoramento e ci chiediamo perché la diplomazia non riesca a scardinare i meccanismi innescati, anche di fronte al dolore che fa rabbrividire l’anima.
Per quel 24 maggio 1915 ho trovato testimonianze su quello che accadeva in un paesino delle nostre valli. Le ho proposte tra le righe del romanzo “Linea Cadorna”.
Di seguito il testo. (A raccontare è il Pèdar, protagonista del romanzo)
Poco prima dell’entrata in guerra c’era stata una petizione in Comune firmata dagli uomini più indigenti e senza un’occupazione. Erano ben settantotto. Tra quei nomi, per solidarietà compariva quello del Parroco, e anche il mio. Nelle case alitava la fame e lavoro non ce n’era, perché avevano chiuso le frontiere a motivo del conflitto e nessuno poteva lasciare il paese, come generalmente avveniva perché le entrate dall’estero per molti erano il sostentamento.
Le vie si erano improvvisamente ripopolate e ricomparivano volti che ormai da anni avevo dimenticato. Tornavano intere famiglie, spesso con spose e bimbi che non conoscevano bene la parlata italiana. Lo scambio di battute per strada di frequente si intercalava di termini coloriti che sopravanzavano i merde del mio vecchio compagno carpentiere, per non parlare delle bestemmie che maledivano la guerra, la miseria e ogni accidente che nell’indigenza prosperava.
Tanti apertamente manifestavano la loro appartenenza alle ideologie del socialismo o si professavano comunisti, pronti a dar vita a un ordine sociale più equo e giusto anche nei confronti dei diseredati o proletariato, per dirla col Marx.
Il don Paolo non ne era impressionato e leggeva l’anima di quel brulicame, anche se i più non frequentavano né chiesa né sacramenti e i bimbi non demandavano a memoria le preghiere più comuni. Anzi, intuiva che avevano ancor più bisogno di lui. La non partecipazione alle funzioni e ai riti la comprendeva “perché parte di quelle anime vengono dal mondo protestante che ha una veduta religiosa più approfondita nella coscienza e non nella pratica esteriore dei gesti”. E interpretava le imprecazioni come un inconscio bisogno di risvegliare un Dio che in quei tremendi frangenti appariva così sordo e lontano.
E sono quasi sicuro che nella stesura di quella richiesta degli indigenti ci fosse la mano del don Paolo.
“Onorevole Consiglio Comunale di Brissago,
i sottoscritti comunisti versando in condizioni difficili di vita stante l’assoluta mancanza di lavoro si rivolgono a codesto Consiglio Comunale affinché voglia provvedere ai più urgenti bisogni dei suoi amministrati procacciando loro il mezzo onde poter lavorare, e col lavoro sollevarli dalla miseria in cui versano le loro famiglie.
I sottoscritti quindi si promettono di far osservare a codesto onorevole Consiglio che stanno facendo le pratiche necessarie per provvedere il Comune di acqua potabile, e si potrebbero fare altri lavori, come per esempio l’allargamento del sentiero che dalla Chiesa mette al Camposanto vecchio, inoltre l’allargamento del piccolo tronco di strada che dalla Piazza Vittorio Emanuele va all’imbocco della Via Umberto I° (… …) o riparazioni alla scalinata che mette alla Chiesa, come pure la piccola riparazione alla strada che dal Riàa mette alla settima Arnera, o l’edificazione di una cappella per uso di chiesa vicino al cimitero, per evitare il difficile trasporto dei morti, specialmente nella brutta stagione.
Fiduciosi che questo onorevole Consiglio vorrà prendere in considerazione quanto sopra, i sottoscritti si rassegnano devotissimi (…) I suddetti affamati desiderano dall’onorevole Consiglio una risposta (…) Brissago lì 25 aprile 1915”.
Qualche iniziativa verrà avviata, ma un mese dopo, il 24 maggio, ci sarà l’entrata in guerra. Parte di quegli uomini sarà chiamata alle armi. Rivedo la preoccupazione del don Paolo per le vicissitudini che in quel giorno iniziavano e andavano a ripercuotersi sulle già misere condizioni di vita dei suoi parrocchiani.
Alcune famiglie, oltre al danno della lontananza e dell’incertezza, avevano perso braccia indispensabili per i duri lavori che pur permettevano una sopravvivenza, anche se grama. In Comune arriverà anche una missiva dal fronte, sottoscritta da uno dei firmatari di quel famoso appello, e ne conteneva un altro ancor più accorato, con un certo rammarico di frustrazione mista a rabbia mal celata:
Egregio Signor Sindaco,
Gli invio questa mia lettera onde fargli sapere e esisto anch’io nel Comune di Brissago. Pochi giorni fa credo che Lei saprà che mia Madre gli fece vedere uno scritto da me spedito nel quale interessa a me ma ambedue si deve sapere.
Mi dispiace molto per la risposta negativa che oggi ricevette. Forse mia madre si sarà sbagliata nel riportare ciò che io chiedo e magari Lei non a capito.
Io come Serg. Richiamato e nello stato che si trova la mia famiglia di povertà e siccome siamo 3 fratelli e tutti e tre siamo al servizio della Patria mia madre si trova nell’impossibilità di guadagnarsi un pezzo di pane, mi aspetta come fu emanata la circolare Luogotenenziale emanata il 12 Novembre 1916 nel quale (… …) in stato di povertà.
Dunque mi raccomando di farmi le mie carte in prescritto perchè se non aspetta a me questa indennità nel quale giàmia madre da anni inferma siamo senza casa e si deve pagare l’affitto ogni anno non so allora a chi e che ci aspetta.
Prego dunque SV di fare ciò che prescritto ciò ve deve essere visitata mia madre nel quale stato di non poter lavora il Padre non esiste due fratelli sotto le armi e che la Madre vive sul peso del Figlio xxx xxx Sergente Nel 153° Fanteria 3a Sezione Mitragliatrice
Con stima io la Ringrazio anticipatamente e m’esprimo nel mandargli i miei fervidi saluti dichiarandomi il suo Figlioccio oppure Compatriota
XXX
Credo che farà il più presto possibile e in regola.
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