Maccagno con Pino e Veddasca | 12 Febbraio 2024

A Maccagno presentato “Lo specchio verde”, l’ultimo libro di Annalina Molteni

Sabato l'evento di presentazione, davanti ad un folto pubblico. Una storia di un personaggio della Resistenza e della letteratura, che si intersecava con le vicende del lago

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(a cura di Roberto Bramani Araldi) La biografia, contemplata nel libro “Lo specchio verde” di Annalina Molteni, della partigiana Alma Bevilacqua, nome di battaglia Anna, poi scrittrice con lo pseudonimo definitivo di Giovanna Zangrandi, divenuto il segno distintivo della sua copiosa attività letteraria, ha visto l’ennesima tappa del percorso cognitivo a Maccagno, nell’incantevole location del Civico Museo Parisi Valle, in un sabato rivestito da condizioni climatiche avverse che a tutto potevano invitare, eccetto all’immersione a un evento culturale, promosso dall’amministrazione comunale e dall’ANPI di Luino.

Dinanzi a un pubblico abbastanza numeroso, soprattutto in funzione del cielo plumbeo che riversava scrosci misurati di pioggia, ha preso la parola il sindaco di Maccagno Fabio Passera per sottolineare l’importanza dell’avvenimento che trascendeva l’approfondimento di un cammino di un personaggio della Resistenza e della letteratura, ma si intersecava con le vicende del lago, considerate i suoi contatti con Vittorio Sereni, icona poetica locale. Concetti in parte ribaditi dal direttore del Museo Federico Crimi, prima di dare la parola a Giovanni Petrotta, vice-presidente ANPI Luino, che non ha mancato di far rilevare le coincidenze fra il mondo partigiano locale e quello della zona del Cadore e dell’Ampezzano.

A questo punto doveva emergere la figura di Giovanna Zangrandi, la quale gradualmente attraverso le parole di Giuseppe Mendicino e dell’autrice della biografia ha cominciato ad assumere connotazioni sempre più rigorose sulla sua forte personalità, tenacia e abnegazione nel procedere dell’esistenza, pervasa da molteplici difficoltà.

La lotta partigiana che la vide protagonista, non solo con il ruolo iniziale di staffetta, ma soprattutto con compiti sempre più strategici, sfruttando le sue conoscenze di chimico e di assistente di geologia, prende consistenza attraverso le analisi dei presenti. Compilava mappe delle zone di conflitto molto precise ed estremamente utili per i combattenti che dovevano contrastare in guerriglia le preponderante forze avversarie. Ciò a prezzo di continui spostamenti per i quali era necessario sottoporsi a consistenti sforzi fisici, consentiti da un organismo robusto, ai confini del mascolino.

Da questa fase essenziale per la formazione della protagonista è emerso, attraverso l’attento e peculiare lavoro della Molteni, lo sviluppo delle fasi successive del vissuto della Zangrandi, dalla realizzazione del sogno coltivato con il comandante Severino Rizzardi, ucciso il 26 aprile 1945, del quale era innamorata, con la costruzione del rifugio Antelao sulla sella di Pratolego nel Comune di Pieve del Cadore, fino alla sua galoppata letteraria con la pubblicazione di libri, articoli per giornali e riviste, racconti  che forniscono un’immagine completa, accattivante, della sua personalità e della sua enorme capacità vitale che le permetteva di andare oltre i propri limiti, grazie a una severa, ossessiva forma di accettazione delle sfide  più impegnative.

Lentamente prende forma, anche attraverso gli interventi di Eugenia Montagnini, la personalità della scrittrice, come donna autentica, decisamente ruvida, ma in possesso, come sottolineato da Annalina Molteni, d’indubbia femminilità, tanto da sentire impellente il desiderio della maternità.

La sua lunga condivisione con la malattia finale che l’avrebbe privata per molti anni di molte delle sue capacità di esprimersi, pure a livello delle attività più semplici concesse ai comuni mortali, è stata posta in evidenza per ulteriormente caratterizzare la sua forza d’animo nell’affrontare ogni asperità del vivere.

L’immagine più coerente a far risaltare l’essenza della sua vita di partigiana, di donna inesauribile, di scrittrice di alto profilo, è riassunta dalla biografa nella sua premessa: “Rocce, terre, tronchi o muraglie, case tane o castelli portano in sé qualcosa, un afflato spesso inafferrabile, di chi ci passò e visse” Raccolgo questa frase di Giovanni Zangrandi  come una sfida a ripercorrere i suoi luoghi, intercalandone le descrizioni alla narrazione obiettiva dei fatti, che tradizionalmente costruiscono una biografia. Ne cercherò i rimandi nelle sue opere … omissis. Con un’unica, ma fondamentale autocensura: sgomberare il campo da qualsiasi cedimento sentimentale o proustiana ricerca di “temps jadis” – del tempo che fu -. Ho la certezza che Giovanna non lo avrebbe tollerato.

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