Le urla, un tavolo sbattuto forte, marito e moglie che nel loro appartamento si stanno prendendo a sberle. C’è anche la bambina della coppia, che diventa la prima preoccupazione di una vicina, uscita sul pianerottolo per scoprire l’origine di quel trambusto.
E’ il febbraio del 2021 e la scena si conclude con la vicina che sulla porta di casa dei coniugi li invita a stare tranquilli, rientra con loro e prepara una camomilla. C’è poco da star tranquilli in quell’appartamento, a cominciare dal motivo che ha dato origine alla furibonda lite. Sarà la vicina a spiegarlo ai carabinieri: «Lui non voleva che la moglie uscisse da sola».
“Lui” è un uomo di quarant’anni, di origine marocchina e ora, in un processo in corso in tribunale a Varese nel quale la moglie – sua connazionale – è parte civile, è accusato di maltrattamenti in famiglia e di aver abusato sessualmente della consorte. La vicina, che in quel movimentato giorno d’inverno di due anni fa aveva cercato di riportare la calma tra i coniugi, è stata chiamata a testimoniare nel pomeriggio di ieri. Sedersi davanti ai giudici, con il microfono davanti, e iniziare a raccontare non è stato facile per la donna, classe 1964. Un primo tentativo, durante la precedente udienza, non era andato a buon fine, a causa di un attacco di panico.
«Non ho paura dell’imputato», ha fatto sapere ieri in aula la testimone, a mezzo metro di distanza dal quarantenne che è ancora suo vicino di casa, rispondendo a una domanda del presidente del collegio. Domanda arrivata dopo che la donna aveva più volte negato le dichiarazioni rese all’epoca dei fatti (verbalizzate e da lei sottoscritte) davanti ai carabinieri.
Come è possibile che oggi, parlando di quel che viene contestato all’uomo a processo, sia tutto un “non ricordo, non è vero, non l’ho detto”? «Non ero molto lucida in quel periodo, prendevo psicofarmaci e bevevo», ha spiegato la testimone, che ai militari dell’Arma, però, aveva fornito un quadro della situazione piuttosto chiaro, e fatto di confidenze raccolte direttamente dall’odierna persona offesa e dalle persone a lei più vicine. Come la madre della donna, che alla 59enne parlò del malessere di sua figlia, dovuto alla convivenza con un “marito padrone“, e del terrore per una frase pronunciata in casa: se la coppia fosse tornata in Marocco, alla donna avrebbero tagliato i piedi per non farla più camminare.
Le confidenze circa le minacce ricevute dal marito venivano sussurrate dal balcone, ed era sempre la vicina di casa, testimone nel processo, a raccoglierle. Questo secondo quanto dichiarato dalla vicina stessa durante le indagini. Parole negate ieri in aula, nella faticosa ricostruzione di quella lite di febbraio 2021 degenerata in aggressione fisica: la moglie del quarantenne che si dirige verso il portone del condominio, gridando “me ne voglio andare“; la vicina che pensa di dover chiamare un’ambulanza, e la donna che dice di no, per paura della reazione del marito.
Niente tentennamenti, invece, nella deposizione della responsabile della casa rifugio che ospitò la donna su richiesta di un centro anti violenza: «Era molto provata, preoccupata per se stessa e per la sua bambina».
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