«Ho fatto un casino, mi hanno quasi stuprata», scrisse una diciannovenne all’amica, in piena notte, dopo una serata passata a bere cocktail in un locale di Lavena Ponte Tresa, e dopo aver accettato di seguire l’uomo che aveva conosciuto, tra un bicchiere e l’altro, nello stesso locale.
Quell’uomo, classe 1981, è a processo in tribunale a Varese con l’accusa di aver violentato la ragazza, facendola stendere su un lettino all’interno della sua pizzeria, chiusa al momento dei fatti, che risalgono al settembre del 2020.
In quella pizzeria i due avrebbero dovuto attendere un passaggio per rientrare a casa ma è lì, secondo l’accusa e stando alle dichiarazioni della giovane, già sentita dai giudici, che sarebbe avvenuta la violenza: l’uomo che impedisce alla ragazza di alzarsi, con una mano la tiene ferma e con l’altra le sfila i pantaloni, bloccandosi solo dopo aver sentito la frase «sono vergine, non voglio».
La serata non era iniziata nel migliore dei modi, ha ricordato in aula un ragazzo che all’epoca frequentava la diciannovenne. I due, quella sera, erano arrivati insieme al bar ma poi la giovane, su di giri per l’alcol, aveva attaccato bottone con l’uomo oggi accusato di aver abusato di lei. L’amico a quel punto aveva deciso di andarsene: «Non mi piaceva la situazione – ha raccontato lui stesso – quell’uomo la infastidiva, cercava di baciarla, ma lei voleva restare lì in sua compagnia. E quindi sono tornato a casa».
I baci alla fine arrivarono, sotto gli occhi del barista. Anche quest’ultimo, secondo la sua testimonianza, fu baciato dalla ragazza, così come un terzo giovane. Il barista e alcuni amici, dopo aver visto la coppia andarsene verso la pizzeria, si recarono a loro volta fuori da quel locale: «Dei ragazzi avevano sentito urla e rumori – ha spiegato in udienza uno del gruppo – così abbiamo deciso di andare a controllare».
All’esterno della pizzeria trovarono la giovane, scossa, che parlò loro dei fatti poi denunciati ai carabinieri, e riferiti in parte anche al padre, che in udienza però non ha avuto molto da dire: «Mi hanno chiamato i carabinieri per dirmi quello che era capitato a mia figlia. Anche lei mi ha accennato qualcosa, ma era imbarazzata. Faceva fatica a parlare».
© Riproduzione riservata







Vuoi lasciare un commento? | 0