(A cura di Carlo Banfi) “L’Italia Libera” – Giornale clandestino del P.d.A – 10 luglio ’44
“Cronache del terrore – I nazisti rinviano a morire in Italia i militari che non han voluto piegarsi al Fascismo”
“A Venezia il 5 giugno alle ore 13 arrivava un lungo treno: un falso allarme aereo serviva ad allontanare i curiosi, ma non del tutto. Da un compagno che è riuscito ad avvicinarsi al treno, abbiamo avuto la seguente descrizione: -Scheletri viventi! La loro pelle è gialla e rattrappita, ossa sporgenti con occhiaia infossate nascondono gli occhi dai quali ogni tanto balena un desiderio di vita. Sono riuscito anche a parlare con qualcuno, alcuni rantolavano sinistramente, altri sentendo vicino un fratello riuscirono a parlare solo per dire che erano ormai rassegnati alla loro sorte, un mese di vita o poco più.-
35 mila italiani provenivano dai famigerati campi della Polonia. Sono una parte dei soldati italiani che, vilmente traditi dall’inettitudine fascista prima e badogliana poi, furono fatti prigionieri l’8 settembre e non vollero poi aderire alla repubblica fascista. Vennero inviati a spaccare pietre, 12 ore al giorno. Unico nutrimento ogni 24 ore una gavetta di acqua e barbabietole, qualche volta una patata e un pezzo di pane ammuffito. Trascorsero l’inverno coi vestiti a brandelli, continuando a dormire all’aperto sul terreno infracidito. I più deboli morirono presto, a centinaia…”.
Allora, quando frequentavo l’università, mi sembrava un articolo raccontato all’estremo, per propaganda. Di parte. Mi son dovuto ricredere. Quel treno è partito veramente dalla Germania!
Lo ha rivelato una ex-crocerossina di Verbania, Maria Vittoria Zeme, nel libro “Il tempo di Zeithain 1943-1944”, edito dalla Libreria Alberti di Verbania. Me lo ha confermato un articolo di Elisabetta Calcaterra apparso sul “Corriere della Sera” mercoledì 8 dicembre 1999: «L’ultima superstite – Il ricordo di una crocerossina: “Gridavano: non abbandonateci”».
“Questo mio diario clandestino – testimonia Maria Vittoria – appuntato in un’agendina, mi ricordava di essere una persona, non un numero, e mi avrebbe ricordato un giorno, se mai avessi potuto salvarmi e salvarlo, di essere stata protagonista-testimone di un evento storico, assurdo, terribile, che non doveva assolutamente ripetersi”.
Era volontaria e si trovava coi soldati italiani mandati da Mussolini ad occupare la Grecia. Quando è successo il patatrac dell’8 settembre ‘43, non ha voluto lasciare quei ragazzi che sono stati presi dai tedeschi ed internati nei lager.
Il marito di quella donna era un ‘fascistone’ – che poi aderirà alla RSI – e con quella credenziale la crocerossina poteva evitarsi il calvario. E invece, per non abbandonare quei prigionieri, è finita nel campo di concentramento di Zeithain, verso Dresda.
Vi sono morti novecento italiani. Là ha conosciuto Padre Airoldi, un cappellano che è stato preso a Cefalonia, dopo la resa della Divisione Acqui, e gli è andata bene, visto la fine che han subito quei militari, quasi tutti trucidati!
Quell’uomo con la sua fede recava sollievo ai dannati di quell’inferno. Con gli ufficiali italiani aveva anche messo a punto una radio che captava i notiziari di Londra e poi quei messaggi passavano tra gli internati. Un tentativo di rincuorarli.
Quando si è sparsa la voce che sarebbe arrivato quel treno per caricare i malati più bisognosi – è stato battezzato “il treno della speranza” – si è accesa una grande attesa che dava nuovo morale a quelle povere anime.
Così scriveva Maria Vittoria Zeme: “Le condizioni di vita nel lager erano una sofferenza inumana, solo dolore e morte: le uniche forze che ci sostenevano erano il conforto che potevamo dare a tanti altri in condizioni disperate e la fede in Dio”.
Si preparava l’elenco dei partenti, anche se purtroppo ogni mattina lo si aggiornava perché qualcuno se ne andava per sempre. E pensare che i tedeschi, e anche qualche commissione militare italiana, diffondevano inviti continui ad aderire alla RSI e in cambio si otteneva il rimpatrio. Ma la dignità di quei ragazzi li ha trattenuti, e il costo era davanti agli occhi.
Quando il treno è arrivato, hanno caricato anche Maria Vittoria, in barella, perché si era ammalata di tubercolosi. Vedeva quegli uomini piangere mentre la supplicavano di non lasciarli soli. Le si spezzava il cuore. Era l’estate del ’44.
Del campo di Zeithan solo una cinquantina sono potuti salire, i vagoni erano già pieni di poveri cristi ridotti proprio male. In tutto erano circa centocinquanta. Le guardie tedesche raccontavano che ne sarebbero arrivati altri di quei convogli, ma non è stato così.
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