Nulla cambierà per le carte d’identità dei minori, che continueranno a riportare le diciture “padre” e “madre“, come stabilito dal “decreto Salvini” del 2019, che già nel 2018 aveva visto la posizione contraria dell’allora Garante della privacy, Antonello Soro, che ne aveva evidenziato gli effetti “discriminatori”.
La posizione del Governo
Nonostante la sentenza del Tribunale civile di Roma del novembre scorso – che ha bocciato la “norma Salvini”, dando ragione ad una coppia di mamme, che si è rifiutata di indicare una delle due donne come “padre”, e stabilendo, così, che sulla carta d’identità della bambina venisse riportata la dicitura neutra “genitore” -, l’esecutivo non farà retromarcia, mantenendo l’espressione “padre/madre” sui documenti elettronici.
«Una battaglia di buon senso», viene definita da Fratelli d’Italia, la scelta del ministero dell’Interno e di quello della Famiglia. Decisione accolta positivamente anche dal leader della Lega e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che su Twitter afferma: «Mamma e papà, le parole più belle e dolci del mondo, non si toccano». Soddisfatto anche Jacopo Coghe di Pro Vita & Famiglia: «Il governo conferma madre e padre sulla carta d’identità anzichè l’ideologico genitore 1 e genitore 2. Ogni bambino nasce da una mamma e un papà, tutto il resto è pura ideologia».
La scelta dell’esecutivo è, quindi, quella di non dare peso politico all’ordinanza del Tribunale di Roma, relegandola a “sentenza individuale“, come affermato dalla minsitra della Famiglia e delle Pari opportunità, Eugenia Roccella, a Repubblica: «Si è fatto tanto rumore per quella decisione, ma si tratta di una sentenza individuale, dunque vale per la singola coppia che ha fatto ricorso».
E per le coppie formate da due mamme, o due papà?
Per le coppie omogenitoriali, che non vorranno vedere scritto “madre/padre” sui documenti dei propri figli, rimane la possibilità di fare ricorso, come spiegato da Roccella.
«La ministra per le pari opportunità ha il dovere di eliminare le discriminazioni, è il suo lavoro – commenta in un tweet Alessandro Zan, deputato del Partito Democratico ed esponente della comunità LGBTQ+ -. Invitare le famiglie arcobaleno a fare ricorso nei tribunali, quasi a sfida, per vedere riconosciuti i propri diritti è un insulto di Stato inaccettabile. Roccella deve dimettersi».
Un ricorso che non permetterà comunque di vedere scritta la dicitura neutra di “genitore” sui documenti, almeno finché non verranno modificati modulistica e software per la richiesta ed il rilascio della carta d’identità elettronica da parte del Viminale.
Inoltre, la strada del ricorso porterebbe con sé tratti discriminatori, in quanto non accessibile a chi non disponesse delle condizioni economiche per rivolgersi ad un giudice. «Per evitare un documento falso ai loro figli e figlie – afferma Rosario Coco, presidente di Gaynet – le famiglie arcobaleno devono passare da un tribunale spendendo migliaia di euro. Sembra di commentare un film distopico ma purtroppo è la realtà».
«La maggioranza – prosegue Coco – rimane incollata a un familismo grottesco e fuori dal mondo, visto che in Italia secondo l’Istat le persone che vivono da sole superano le coppie con i bambini. Prima di stracciarsi le vesti per l’inverno demografico – conclude il presidente di Gaynet – Roccella e Meloni riconoscano subito gli stessi diritti a tutti i bambini e le bambine e le stesse responsabilità a chi vuole essere genitore».
Un decreto “illegittimo” secondo il Tribunale di Roma
Nonostante la decisione presa del Governo, la dicitura “tradizionale” di “padre” e “madre”, potrebbe avere risvolti giuridici particolarmente significativi, come dimostrato dalla sentenza del Tribunale di Roma che, nel caso delle due mamme, ha condannato il ministero dell’Interno ad emettere la carta d’identità con la dicitura generica “genitori”, dichiarando il “decreto Salvini” “illegittimo”.
«La carta d’identità è un documento con valore certificativo – ha specificato il giudice durante il lungo provvedimento -, destinato a provare l’identità personale del titolare, che deve rappresentare in modo esatto quanto risulta dagli atti dello stato civile di cui certifica il contenuto».
Adottando a priori la dicitura “madre/padre” si potrebbe, così, incorrere nel reato di falso ideologico. «Un documento che, sulla base di un atto di nascita dal quale risulta che una minore è figlia di una determinata donna ed è stata adottata da un’altra donna, indichi una delle due donne come “padre”, – ha proseguito e concluso il giudice -, contiene una rappresentazione alterata, e perciò falsa, della realtà ed integra gli estremi materiali del reato di falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atto pubblico (artt. 479 e 480 cod. penale)».
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