(A cura di Renzo Fazio, dalla pagina Facebook “Germignaga, ricordi dal passato”) Un giacimento di gas metano fra Germignaga e Voldomino? Siamo in novembre per cui tranquilli, non può essere un pesce di aprile come quelli che a volte mi sono divertito a fare.
Gli idrocarburi effettivamente vennero trovati negli anni ’50 del secolo scorso nella piana del Margorabbia e furono certificati da alcune trivellazioni effettuate dalla SNAM, la Società Nazionale Metanodotti che in quel periodo era particolarmente attenta a raccogliere tutte le segnalazioni inerenti possibili giacimenti di gas o petrolio nella pianura padana.
Vi dico subito che le tracce rinvenute erano però di scarsissima entità e pertanto i sondaggi vennero in breve conclusi, non essendoci un possibile ritorno economico sufficiente. Di questi tempi, con la crisi energetica in corso e con i costi delle bollette del gas impazziti, avremmo probabilmente chiesto di continuare a sondare nei dintorni ma ormai l’occasione è andata perduta. Ma chi segnalò alla SNAM di venire ad effettuare i sondaggi in questa zona e con quali motivazioni?
La storia, divertente, curiosa e in parte inquietante, la raccontò quarant’anni fa il voldominese Aldo Mongodi, all’epoca giornalista per il quotidiano locale “la Prealpina” e per quello milanese, “Il Giorno”, asserendo che fu Don Giuseppe Lambertenghi, parroco di Voldomino dal 1948 al 1955, ad invitare i tecnici della SNAM all’effettuazione di queste trivellazioni, in una zona della piana del Margorabbia poco distante da dove un tempo esisteva un antico convento. In quel preciso punto, sembra che l’erba non crescesse da tempo immemorabile e secondo una leggenda popolare, quelle brulle zolle di terra erano la conseguenza di un antico e truce episodio avvenuto parecchi secoli prima.
In forma certamente un po’ romanzata ed enfatizzata con dettagli di fantasia, l’episodio venne inizialmente raccontato da Mario Sanvito nel libro: “Luino nella storia e nell’arte” edito nel 1931 dallo Stabilimento Tipografico Littorio. Parlando della storia di Voldomino ricordava l’esistenza intorno all’anno 1400 di un “monastero abitato da poche Vergini dedite a Cristo” e condotto quasi in regime di clausura.
“Nonostante le attenzioni della Madre Superiora, una di esse cadde in peccato e un brutto giorno, si accorse che Dio l’aveva punita, facendo sì che, della sua colpa, ella portasse il frutto. Sgomenta per la tema dei sicuri gravi castighi che l’attendevano, piuttosto che confessare il fallo commesso, essa cercò di occultarne la prova, gettando il neonato entro ad un pozzo.”
Sembra però che alcuni abitanti del luogo la videro compiere l’orribile gesto e, accortasi di essere stata scoperta, corse a rifugiarsi nel convento cercando protezione dalle consorelle. I paesani, scandalizzati e sconvolti dall’accaduto, si unirono e assalirono inferociti il monastero: dopo aver sfondato le porte, catturarono tre suore (fra cui quella colpevole dell’infanticidio), le trascinarono sul prato sottostante e, dopo averle inferto sofferenze di ogni genere, le denudarono, le legarono a tre pali infissi nel terreno e le arsero vive.
A quest’altro nefando accadimento riuscirono a sfuggire altre monache e la Madre Superiora. Quest’ultima in seguito si recò a Roma, implorando la scomunica al Santo Padre per tutti i voldominesi. Cosa che riuscì ad ottenere, provocando per diversi anni a seguire, pestilenze, carestie e inondazioni che resero difficilissima la vita nel piccolo borgo. Sempre secondo la leggenda, alcuni anni dopo tre abitanti riuscirono ad essere ricevuti dal nuovo Pontefice e ricevere la grazia per il paese. Tornarono pace, prosperità e salute ma nel luogo dove le tre monache vennero giustiziate, le tre zolle di campo restarono perennemente incolte e prive di erba.
Quanto ci sia di reale in questa vicenda è difficile dirlo, di certo un monastero esisteva a fianco dell’attuale chiesa di Santa Maria, adiacente alla così detta “Torre Claudia”. Lo aveva certificato l’architetto Sandro Mazza quasi cinquant’anni fa, nel 1974, individuando questo residuato medievale a cui diede il nome della moglie. Ce l’ha confermato Pierangelo Frigerio nel libro “Voldomino, Il volto dell’uomo” edito da Francesco Nastro Editore nel 2007 dove riporta anche l’antica leggenda di cui vi ho parlato, non in forma colorita come fece Mario Sanvito nel 1931, ma citando documenti ed esponendo le sue considerazioni da attento storico.
Qualcosa di drammatico effettivamente avvenne a Voldomino e questo è riportato in un atto datato 1° marzo 1473, rogato dal notaio luinese Giovanni Carnisio, tradotto e riportato nel libro. Nell’atto non ci sono però precisi riferimenti temporali di quando avvenne il fatto e non vi è menzione dell’infanticidio commesso dalla suora. Viene però confermato il rogo di due religiose (invece che le tre della versione del Sanvito) ma non per mano degli abitanti adirati, ma per ordine di non meglio precisati nobili locali. Confermata invece la sterilità dell’appezzamento di terra dove le suore vennero bruciate.
Non molti quindi gli elementi coincidenti con la leggenda: non è escluso, vista l’epoca dei fatti, un episodio collegabile con la stregoneria oppure con la colpa, imputata alle due sfortunate religiose, di tragici accadimenti naturali come le esondazioni del Tresa o della Margorabbia o l’epidemia di peste diffusasi nelle nostre zone a partire dal 1452. Quale fu la motivazione o chi suggerì invece a Don Giuseppe Lambertenghi di richiedere le trivellazioni proprio in quel luogo, facendo chissà quali supposizioni, rimane tutt’ora un mistero.
Nessuna meraviglia invece riguardo alla presenza di tracce di idrocarburi riscontrate nella piana del Margorabbia da quei sondaggi: già nel’400 è documentata l’esistenza di un “lacus mortuus” in seguito indicato come “Lacus maior”, di fatto una palude descritta nel ‘600 di 80 pertiche di estensione (una pertica milanese corrispondeva a circa 650 metri quadrati) con una altezza media di 2 braccia (circa 1,20 mt.) mentre nel 1567 risultava ampliata a circa 200 pertiche. Più che plausibile quindi che in questa parte di territorio fra Voldomino e Germignaga, oggetto nei secoli passati di varie controversie legate alla delimitazione delle rispettive titolarità, si siano innescate reazioni chimiche e rilascio di idrocarburi come il metano, non a caso noto come “gas delle paludi”.
Non fu certo il rogo delle suore a provocare tutto questo, ma si sa, la credenza popolare o le superstizioni spesso sono più forti di qualsiasi verità…
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