Camminare, camminare, camminare. Questo è il mantra di Alfredo Arcani, ottantenne d’acciaio di Sant’Andrea, frazione di Cocquio Trevisago, che accompagnato dal figlio Luca ha toccato i 4226 metri del Castore, montagna del massiccio del Monte Rosa.
Quando è iniziata la passione per la montagna?
«È una passione che ho sempre avuto, con la prima paghetta ho acquistato una bici e da Sant’Andrea sono salito a Macugnaga per vedere i ghiacciai. Anche il servizio militare negli Alpini ha influito molto. L’interesse per la salita è nato dopo la scomparsa del povero Carlo Terzaghi di Besozzo, vittima di un incidente nei pressi della Torre di Castelfranco (3666 metri). Partimmo di notte per cercarlo, era il 12 ottobre 1969, lo trovarono le guide di Macugnaga, ma ormai era tardi. Poco dopo ebbi finalmente i soldi per iscrivermi al Cai di Besozzo ed iniziò la sfida all’alta montagna».
Prima scalata importante?
«Nel 1972 sul Polluce (4091 metri), gemello del Castore. Quell’anno ho sposato mia moglie Angela».
Poi ne seguirono delle altre sempre in cordata…
«Sì, nel 1973, quaranta nove anni fa, la mia prima salita sul Castore. Nel corso degli anni mi sono cimentato altre volte su varie creste e pareti del Castore e del Polluce. Durante il 1974 affrontai l’ascesa al Lyskamm Occidentale ( 4479 metri). In seguito appoggiai le punte dei miei ramponi su altri 4000 metri della Catena del Rosa. Se non c’è ghiaccio non mi diverto!».
E le scalate in giro per il mondo?
«Ho partecipato a tre spedizioni in Himalaya. La salita sull’Annapurna, sugli 8000, si arrestò a 5000 metri per le proibitive condizioni meteo. La seconda spedizione andò meglio sui 5740 metri del Sumna Peak. La terza volta in Nepal ci vide impegnati nella Valle del Kumbhu dove spicca la sagoma dell’Everest. Ci siamo arrampicati in cordata sull’Island Peak (6189 metri) e sul Chhunkung Ri (5546 metri). I miei scarponi hanno assaggiato anche le maggiori cime africane, in Tanzania sul leggendario Kilimangiaro (5895 metri), sul Monte Kenya (5189 metri) e sulla Catena dell’Atlante in Marocco. Sono stato anche in Sud America, sulle Ande. In Perù sull’Artesonraju (6025 metri), in Ecuador sul Chimborazo (6267 metri) e sui vulcani Illiniza Norte (5248 metri) e Guagua Pichincha (4784 metri). Sotto il diluvio e con un vento spaventoso ho raggiunto la vetta del Cerro Solo in Patagonia. Ricordo con brivido l’avventura sulla cima più alta del Caucaso, il monte Elbrus (5642 metri) in Russia».
Le sue spedizioni preferite e le più pericolose?
«L’Island Peak è un monte dai profili affascinanti. Le spedizioni decise ad affrontare l’Everest lo utilizzano per acclimatarsi. Avrei potuto salire sull’Everest, ma le tecniche di salita utilizzate oggi non mi attirano. Le più pericolose sono state sull’Illiniza dove il sinistro Passo della Morte con i suoi precipizi non consente errori a causa della mancanza di appigli. Sull’Elbrus me la sono vista brutta a causa di un temporale arrivato dal Mar Nero con una pioggia di fulmini devastanti. Durante la discesa eravamo incrostati di ghiaccio, la visibilità era quasi nulla. Per fortuna riuscimmo a trovare il rifugio nonostante fosse sepolto dalla neve. Le tempeste sul Caucaso sono tremende».
Tornando all’attualità, come è nata l’idea di affrontare il Castore a 80 anni?
«Alcuni anni fa durante la festa delle guide a Champoluc, sentii parlare di ottantenni pronti a sfidare ancora la montagna. Pensai che a suo tempo avrei potuto provarci anch’io…».
Come si è preparato?
«Camminando sopra casa mia, sulle alture del Campo dei Fiori. I medici sconsigliano di salire oltre i 2000 metri alla mia età, ma io soffro fino a quota 3000, poi le gambe iniziano a girare come in un crescendo rossiniano!».
Quindi la salita sul Castore è stata dura?
«Dura e complicata. Siamo partiti dal rifugio Quintino Sella, sulla parete abbiamo trovato solo ghiaccio vivo e le picozze servivano a poco senza lo strato di neve necessario per l’ancoraggio. Solo nei pressi delle rocce dove il ghiaccio è poroso, ramponi e picozze si agganciavano meglio. Sulla cresta est, lunga, affilata e ghiacciata la concentrazione deve essere alta. Un luogo sconsigliato a chi soffre di vertigini. Se cadi ti ritrovi in Svizzera!».
Cosa ha provato in vetta?
«Una grande soddisfazione, arrivato in cima mi sono sentito urlare quatre-vingts (80) da una guida francese che si complimentava per l’impresa. Ho impiegato due ore e un quarto per un dislivello di circa 700 metri. Il Castore l’ho affrontato parecchie volte, ma sono gli anni che si fanno sentire!».
Ha provato personalmente gli effetti del cambiamento climatico?
«Purtroppo sì, al rifugio Sella il ghiaccio è scomparso mentre in parete è vivo e sotto la roccia marcia non è in grado di reggere chiodi e picozze. In alta quota non vedi più le cordate di una volta, perché trovi solo ghiaccio, la neve si è sciolta. E se nevica l’assenza di permafrost provoca slavine».
Ha qualche alpinista modello?
«No, non stimo nessuno. Bonatti con il trascorrere degli anni ha lasciato a desiderare. Messner ha saputo vendersi bene. Comunque due grandi alpinisti. Io ho voluto farmi da solo dove sono potuto arrivare con i miei mezzo fisici e finanziari».
Le piacerebbe fare una scalata con qualche vip?
«No, sono un solitario di poche parole».
I suoi hobby dopo la montagna?
«Logicamente lo sci. Ho corso in bicicletta, la mia Legnano rossa è stata utilizzata da Renato Pozzetto nel film girato a Gemonio, intitolato “Di che segno sei?”. Altre passioni sono i funghi ed i canti di montagna, sono membro del coro Prealpi di Sant’Andrea».
Consigli ai novelli alpinisti?
«Nello zaino portate sempre un pò di paura, non siate spavaldi perché la montagna non dà confidenza».
Prossimi obiettivi?
«Se la forma fisica lo consentirà proverò ancora qualche salita, scarponi permettendo perché quelli che uso abitualmente mi hanno abbandonato».
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