Un regolamento di conti tra connazionali coinvolti in attività di spaccio. Così era stata inquadrata la vicenda, risalente alla primavera del 2018, che ha portato a processo un marocchino di trentatré anni, residente a Leggiuno, con l’accusa di detenzione abusiva di arma, minacce e lesioni.
Il procedimento si è chiuso mercoledì in Tribunale a Varese con la sua assoluzione, “per non aver commesso il fatto”. Così ha deciso il giudice, accogliendo la richiesta della difesa dell’uomo, rappresentata dall’avvocato Andrea Maria Tomaselli.
Troppe, secondo il legale, le incongruenze tra le azioni contestate all’imputato e quanto ricostruito dai testimoni nel corso del dibattimento. E in ogni caso, secondo l’avvocato, sarebbe stato ingiusto condannare il suo assistito sulla base degli elementi raccolti. Elementi che si limiterebbero ad uno sparo, esploso in aria all’interno di una abitazione, e ad un bossolo poi effettivamente ritrovato dai carabinieri al loro arrivo.
In quella casa viveva un uomo, oggi trentanovenne, che stava scontando un periodo di detenzione domiciliare per questioni di droga. Lì, secondo quanto ipotizzato, fu raggiunto dal connazionale, armato al fine di intimorirlo e ulteriormente attrezzato di uno spray al peperoncino (da qui le lesioni). A fornire una descrizione sommaria della persona poi finita alla sbarra fu proprio il soggetto ai domiciliari.
Una vicina di casa, sentita a processo come testimone, ha descritto l’episodio riferendosi a delle urla provenienti dall’abitazione confinante, dove vivevano due fratelli marocchini, spesso in lite tra loro. La donna aveva sentito tutto ma senza vedere, nonostante fosse uscita in giardino pochi istanti prima dello sparo, e non fu quindi in grado di identificare qualcuno. Troppo poco per una condanna.
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