Luino | 22 Marzo 2022

“Vendita di vino in nero”, dalla condanna all’assoluzione

Nessuna appropriazione indebita per due commercianti del Luinese, accusati di aver aggirato gli accordi contrattuali. Ribaltato in appello il verdetto di primo grado

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Il fatto non sussiste“. Due coniugi di sessantotto e sessantaquattro anni, gestori di una vineria del Luinese, non vendettero la merce in nero aggirando, nel 2016, le regole contrattuali che da diversi anni li legavano ad una società veneta, che riforniva il loro negozio.

Lo ha stabilito nei giorni scorsi la Corte d’Appello di Milano, accogliendo il ricorso presentato dal difensore della coppia – l’avvocato Andrea Pellicini – dopo la sentenza di primo grado emessa ad inizio 2021 in Tribunale a Varese, dove il giudice Andrea Crema aveva condannato i gestori per appropriazione indebita ad una pena di quattro mesi di reclusione, ad una multa di 120 euro ciascuno, alla restituzione della somma trattenuta illecitamente e al risarcimento del danno.

Al centro della questione un ammanco di oltre 10 mila euro, rilevato dalla società veneta nel 2016. I conti non tornavano: il denaro consegnato dai gestori della rivendita ai fornitori era inferiore al valore della commessa. Durante il dibattimento in primo grado la versione del legale rappresentante della società aveva convinto il giudice, sulla base di verifiche di magazzino effettuate una volta emersa l’anomalia (in magazzino non vi erano eccedenze), e di una segnalazione della guardia di finanza riguardante la consegna di vino in un ristorante della zona lacustre senza emissione di fattura.

Tesi superate, in appello, dai documenti allegati dall’avvocato Pellicini alla richiesta di riapertura dell’istruttoria dibattimentale. Tra questi, un’indagine contabile sulla gestione della vineria nel periodo 2015-2016, lo stesso in cui si sarebbe verificato l’ammanco. In entrambi gli anni la consegna alla società del denaro incassato dai negozianti tramite la vendita di vini fu regolare, e con specifico riferimento al 2016, i 6 mila euro di ammanchi (poi saliti a 10 mila) furono pagati ad inizio 2017, un “ritardo” dovuto al fatto che l’ultima consegna di vino del 2016 era stata effettuata il 29 dicembre.

Grazie alla documentazione la difesa è stata inoltre in grado di provare che vi erano stati in precedenza, nel 2012-2013, problemi dello stesso tipo (non riguardanti però il capo d’imputazione) e che i coniugi, in virtù degli ottimi fatturati raggiunti e della convinzione di aver sempre operato onestamente, avevano rifiutato la tesi dell’ammanco, respingendo inoltre la proposta della società di dividere a metà il debito pur di estinguerlo. Dopo quell’incidente seguirono tre anni di silenzio. Poi il vecchio debito è riemerso nelle aule di tribunale, dove anche la Procura Generale, insieme alla Corte d’Appello, nell’ultimo capitolo di questa vicenda, ha respinto la tesi della vendita in nero del vino.

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