Quando la compagnia di amici restava senza hashish, i ragazzi si recavano presso la stazione di Cittiglio. Ad attenderli c’era “Abdul”, il pusher di fiducia, che rimane tale fino a quando la sua foto non compare all’interno di un album sottoposto all’attenzione dei ragazzi stessi dagli agenti della polizia locale del medio Verbano.
A quel punto i giovani scoprono la vera identità dello spacciatore, un marocchino di trentuno anni che grazie all’attività d’indagine finisce a processo con l’accusa di detenzione di sostanze ai fini di spaccio, e l’aggravante di essersi rivolto, tramite il suo “business”, a soggetti ancora minorenni.
Il procedimento penale, oggi in corso davanti al collegio del Tribunale di Varese, è legato agli esiti di una serie di accertamenti compiuti nell’autunno del 2018. Accertamenti chiesti dall’allora sindaco di Cittiglio, Fabrizio Anzani, per porre rimedio alla situazione di degrado – tra spaccio e bivacchi – che si era creata nella zona della stazione ferroviaria.
Lì Abdul portava avanti i propri affari, tra i binari e il parchetto adiacente. L’odierno imputato finì nella rete degli agenti di polizia durante uno dei sopralluoghi ordinati dal sindaco. Si trovava a bordo di un regionale, che abbandonò con fare sospetto dopo aver visto gli uomini in divisa. «Aveva un cappello, cercava di coprirsi il volto – ha ricordato durante l’ultima udienza uno dei quattro agenti coinvolti in quell’attività -. Appena è sceso dal treno lo abbiamo fermato per identificarlo. In tasca aveva un involucro contenente una piccola dose di hashish. Negli slip nascondeva un panetto intero, di circa quaranta grammi».
Ma tra gli effetti personali del pusher, la polizia locale trovò anche altro: un telefono e un pc portatile, quest’ultimo custodito nello zaino e costato al trentunenne, difeso dall’avvocato Andrea Boni, l’ulteriore accusa di ricettazione. La sim presente nel cellulare era intestata ad una ragazza residente nell’alto Varesotto, il computer apparteneva ad uno studente che in un file digitale, consultato dagli agenti dopo l’accesso, conservava una ricevuta di pagamento grazie alla quale la polizia arrivò a lui, scoprendo che l’apparecchio gli era stato sottratto sul treno durante un viaggio di rientro a casa dopo una giornata in università.
Tramite la sim, invece, la polizia avviò un secondo filone dell’indagine, passando in rassegna i numeri contattati dal pusher e collegandosi così a diversi soggetti già noti per vicende di spaccio. Dopo l’esame degli operanti, la parola è passata ai giovani assuntori che avevano Abdul – espulso dall’Italia nel 2020 – come punto di riferimento per rifornirsi. «Andavamo in stazione e lui era lì – ha raccontato uno di loro, classe 2003 -. Fino a quando non siamo stati convocati dalla polizia, non conoscevamo il suo vero nome».
(Foto di copertina da Facebook)
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