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Luino | 27 Giugno 2021

“Come eravamo”, il 1927: nuova provincia e nuovi comuni

In questi ultimi anni si è assistito ad un tentativo governativo di convincere i comuni, soprattutto più piccoli, ad unirsi. Ecco un precedente storico importante

Tempo medio di lettura: 9 minuti

(A cura di Giorgio Roncari) In questi ultimi anni si è assistito ad un tentativo governativo di convincere i comuni, soprattutto quelli più piccoli, ad unirsi al fine, così la motivazione politica, di risparmiare sulle spese di gestione. Una manovra che ha visto ben poche adesioni, un esito che del resto si poteva immaginare visto come nei precedenti dieci/quindici anni molte amministrazioni avevano celebrato con cerimonie, manifestazioni e pubblicazioni, il cinquantesimo della propria ritrovata secolare autonomia municipale persa per le imposizioni volute da Mussolini.
Ad unire i comuni ci aveva già tentato Napoleone con aggregazioni astruse e in continua trasformazione, vanificate dopo la caduta dell’Imperatore. Qualcosa in più era riuscito al Regno d’Italia dopo l’unità. Il fascismo, invece, intervenne con mano pesante e autoritaria emanando una serie di leggi e decreti tendenti a rinnovare i poteri locali. Vennero così soppresse svariate Preture, tra cui quelle di Cuvio, Arcisate e Tradate, aboliti sindaci, giunte e consigli comunali sostituiti dal Podestà quale autorità unica. Create diciassette nuove province, di cui nove poste a ridosso del confine o delle coste, così da meglio controllare le frontiere. Fra queste ultime, il 2 gennaio 1927 con Regio Decreto n 1, (anche se i giornali riportarono la notizia già il 7 dicembre 1926) fu istituita quella di Varese, accorpando i distretti di Varese, in territorio di Como, e Gallarate, soggetto a Milano.
Fu un parto travagliato perché alcuni grossi centri dell’alto milanese si dimostrarono avversi al provvedimento e ci volle il successivo decreto del 31 marzo per stabilire che Busto Arsizio, Castellanza dovevano assoggettarsi a Varese, mentre Legnano, particolarmente ostile, rimaneva a Milano con la quale la univano secoli di storia. Alla fine ne uscì un territorio di 1.198 Kmq. per quasi 400.000 abitanti.
A Busto Arsizio, dove pulsavano mire egemoniche, non la presero bene e ancor oggi la voce popolare tramanda che non diventò capoluogo per una sorta di rivalsa di Mussolini il quale, durante una visita alla città, si irritò nel vedere i bustocchi festeggiare il cardinal Tosi piuttosto che lui. Anche Gallarate non venne considerata, si dice, a causa dei fischi e delle sassate che i gallaratesi riservarono al futuro Duce durante un comizio, appena conclusa la guerra. Era però molto più logico assegnare il capoluogo a Varese, al centro del territorio, altrimenti per i paesi delle nostre valli, come Biegno o Monteviasco, che erano i comuni più lontani da Como, (70 – 75 km per le strade del tempo), e con Busto o Gallarate sarebbe cambiato poco. Si disse pure come che le due città non ottennero di diventare capoluogo della nuova provincia a cagione di conflitti politici e dissidi interni al partito.
Subito dopo la creazione delle province fu deciso l’accorpamento dei comuni. Fu un provvedimento di ampia portata e molto contrastato, con oltre cinquecento municipi soppressi in tutto il Regno. Anche la nuova provincia di Varese, disseminata da numerosissime piccole comunità, ne fu profondamente toccata. Al momento della sua creazione i comuni erano 201, nel giro di un anno e mezzo vennero ridotti a 118; furono 125 le amministrazioni interessate dall’accorpamento dal quale risultarono 42 nuove e più grosse municipalità.
Il più importante decreto fu quello riguardante Varese a cui furono unite (R. D. n. 2247, 24 nov 1927) Bizzozzero, Bobbiate, Capolago, Lissago, Sant’Ambrogio Olona, Santa Maria del Monte, Velate e Induno Olona che portò la popolazione a oltre 40.000 abitanti, così da farne la città più popolosa e, con 67,21 kmq, anche estesa, adeguata al suo nuovo ruolo di capoluogo.
A Busto Arsizio, che era più popolosa di Varese, vennero aggregate le sole Sacconago e Borsano (R.D. n. 891, 9 apr 1928), limitando il numero di abitanti a 35.000 c. per non superare il capoluogo. Un terzo notevole provvedimento riguardò Saronno (R.D. n. 55, 8 gen 1928), trasformato in un esteso comune di oltre 25.000 abitanti, ma alquanto anomalo, in virtù all’accorpamento di Uboldo, Origgio e Gerenzano (il più grosso comune soppresso con oltre 4.000 ab.), borghi industriali ragguardevoli, ricchi di storia e maldisposti a simile soluzione. (39,51 kmq) Con questo provvedimento Saronno sorpassò Gallarate, che non ebbe aggregazioni (salvo quelle di Cajello e Crenna, ma ottenute qualche anno prima con R.D. n. 3168, 30 dic 1923) così che la sua popolazione rimase invariata intorno ai 22.000 ab. La città, anzi, fu anche privata delle prerogative di Sottoprefettura, trasferita a Busto Arsizio.
Anche Luino, a cui furono unite dapprima (R.D. n. 17, 5 gen 1928) Voldomino e Germignaga e poi (R.D. n. 2445, 11 ott 1928) Brezzo di Bedero, fu trasformato in un centro importante, il quinto della provincia con quasi 13.000 ab. e il secondo per superficie con 35,62 kmq. Nelle Valli del Verbano, che ora costituiscono la Comunità Montana omonima, si ebbero le unioni più numerose. Così troviamo, nel Luinese i nuovi municipi di: Maccagno (Maccagno Inferiore, Maccagno Superiore, Garabiolo, Musignano, Campagnano, e Colmegna già frazione di Agra: R.D. n. 2352, 4 dic 1927), Veddasca (Armio, Cadero con Graglio, Biegno e Lozzo: R.D. n. 1601, 21 giu 1928); Curiglia con Monteviasco (e Piero già frazione di Lozzo: R.D. n. 1601, 21 giu 1928). Prima di costituire la provincia di Varese, Monteviasco]; Dumenza (con Runo e Due Cossani: R.D. n. 880, 29 mar 1928); Montegrino Valtravaglia (con Bosco Valtravaglia e Grantola: R.D. 2480, 11 dic 1927); Brissago Valtravaglia (con Roggiano e Mesenzana: R.D. n. 2343, 1 dic 1927); Porto Valtravaglia (con Muceno e Musadino: R.D. n. 1718, 28 giu 1928); Castelveccana (Castello Valtravaglia e Veccana: R.D. n. 1517, 7 giu 1928); Valmarchirolo (Marchirolo, Cugliate e Fabiasco: R.D. n. 2043, 10 ago 1928); Cadegliano-Viconago (e Arbizzo: R.D. n. 1721, 21 giu 1928); Brusimpiano (con Ardena: R.D. n. 1856, 14 lug 1928).
Nella Valcuvia i nuovi comuni furono: Cuvio (con Cuveglio in Valle, Vergobbio, Cavona e Duno: R.D. n. 63, 18 gen 1928); Orino-Azzio (R.D. n. 1287, 16 giu 1927); Casalzuigno (con Arcumeggia: R.D. n. 2438, 16 set 1927); Cittiglio (con Vararo e Brenta: R.D. n. 2443, 12 ago 1927). Poi Laveno-Mombello (e Cerro Lago Maggiore: R.D. n. 2558, 18 dic 1927); Leggiuno-Sangiano (con Cellina, Ballarate, ed Arolo: R.D. n. 2343, 1 dic 1927); Cocquio–Trevisago (R.D. n. 673, 14 apr 1927 – il primo decreto emanato in provincia); Gavirate (con Voltorre e Oltrona al Lago: R.D. n. 2390, 16 set 1927).
Troviamo quindi Besozzo (con Olginasio, Bogno, Cardana e Madreè già frazione di Cocquio: R.D. n. 2478, 11 dic 1927); Comerio (con Barasso e Luvinate: R.D. n.1141, 16 giu 1927); Casciago (con Morosolo: R.D. N. 813, 28 mar 1929 l’ultimo decreto); Bodio-Lomnago (R.D. n. 2387, 16 set 1927); Travedona-Monate (R.D. n. 1454, 29 lug 1927); Ispra (con Barza: R.D. n. 1084, 26 apr 1928); Angera (con Ranco: R.D. n. 2397, 12 ago 1927; e poi Barzola e Capronno: R.D. n. 984, 15 apr 1928); Azzate (con Brunello e Buguggiate : R.D. n. 2396, 22 set 1927); Gazzada-Schianno (R.D. n. 1225, 16 giu 1927); Castiglione Olona (con Caronno Corbellaro e Gornate Superiore: R.D. n. 2388, 16 set 1927); Gornate Olona (Gornate Inferiore e Torba: R.D. n. 476, 23 feb 1928); Carnago (con Rovate e Castel Seprio: R.D. n. 1082, 26 apr 1928); Tradate (con Abbiateguazzone: R.D. n. 1112, 6 mag 1928); Venegono (Venegono Inferiore e Venegono Superiore: R.D. n. 1973, 3 ago 1928); Malnate (con Gurone, R.D. n. 2444, 12 ago 1927).
In Valceresio: Porto Ceresio (con Besano: R.D. n. 888, 9 apr 1928); Viggiù ed Uniti (con Saltrio e Clivio: R.D. n. 2389, 4 set 1927); Arcisate (con Brenno Useria: R.D. n. 2143, 6 set 1928). Nel Distretto di Busto, oltre a Busto e Saronno, furono modificati i soli: Sesto Calende (con Lisanza: R.D. n.430, 16 feb 1928), e Somma Lombardo (con Mezzana Superiore: R.D. n.2083, 27 ott 1927).

… E POI SI DIVISERO
Le aggregazioni comunali, calate dall’alto senza possibilità di ricorso, furono vissute come una costrizione dalle varie comunità, gelose delle proprie autonomie storiche e marcate da campanilismi atavici anche in casi nei quali la fusione pareva naturale per vicinanza, similitudine o comunione di servizi già in funzione. Ci furono resistenze, proteste e malcontenti. Del resto a volte il provvedimento aveva dell’irrazionale perché, accanto ad unioni eclatanti e un poco forzate come quelle di Saronno, Viggiù o Induno, spiccavano casi di piccoli comuni vicini che, contro ogni logica, rimasero autonomi come ad esempio Masciago, Ferrera, Rancio, Cassano o Bedero Valcuvia e a nulla valse l’appello del Podestà di Rancio affinché Masciago, il più piccolo comune della provincia dopo le unioni, fosse aggregato a Rancio; oppure come Biandronno, Bardello, Bregano e Malgesso; o anche i comuni della Valbodia o quelli della Valdarno che rimasero autonomi. Contrariamente a Venegono non furono invece unite le due Gorla. Maggiore e Minore.
Pochi furono i paesi che riuscirono a evitare il provvedimento, fra questi Gemonio e Caravate, fusione già attuata da Napoleone, che non avvenne perché, si disse, il sindaco di Caravate fosse amico personale di Balbo. Una cosa del genere successe anche tra Tronzano e Pino sulla Sponda Lombarda del Lago Maggiore che era il comune con il nome più lungo di tutta la penisola. Altri furono i podestà che, in maniera riguardosa, si dimostrarono avversi, come testimoniano i verbali di numerosi comuni. Nella quasi totalità le proteste non andarono oltre lagnanze, mugugni o ripicche fra frazioni, che furono comunque numerose e agguerrite. Tanto per citarne alcune, ci fu la gente di Monate che si ribellò alla volontà delle autorità di deviare l’acqua del lago a favore di Travedona; a Orino non fu più fatto il tradizionale taglio dei boschi comuni a favore della popolazione per non farne parte quelli di Azzio; a Cuvio le donne scesero in piazza al suono delle campane manifestando contro lo svuotamento a favore, di Canonica, dei poteri politici e istituzionali del loro paese che era stato per secoli il capoluogo della Valle. Qui, anzi, ci fu l’unico caso conosciuto di sommossa che culminò con un processo penale ad una ventina di donne.
L’unione, voluta soprattutto per meglio governare, fu giustificata come una misura economica, partendo dall’equazione ‘meno municipi meno spese’, ed infatti in un primo momento, grazie all’esonero, sebbene oneroso, di numerosi dipendenti in esubero e alla chiusura di scuole, uffici e infrastrutture, venne riscontrato un certo risparmio, se non fosse che l’ostentazione fascista richiedeva, per conferire maggiore risalto ai nuovi centri, la costruzione centralizzata di nuovi municipi più adeguati a contenere uffici, archivi, scuole, poste, ecc. Per far fronte a queste enormi spese, che vanificarono lo sbandierato risparmio, si prese a vendere gli stabili dismessi dei soppressi comuni. Fu, questa, anche una volontà politica per scoraggiare ogni eventuale revanscismo autonomista.
Questo impoverimento strutturale periferico amareggiò e mortificò ancor più gli abitanti di quelle borgate che si videro alienare istituzioni per le quali i loro antenati, i loro padri e loro stessi avevano fatto sacrifici, ottenendo per lo più l’effetto contrario da quello sperato dal regime. Infatti il profondo malcontento per le aggregazioni si trascinò negli anni e, appena terminato il secondo conflitto mondiale, ci fu la decisa presa di posizione di una miriade di comunità soppresse che reclamavano le perdute autonomie. Un movimento nazionale di popolo che costrinse il governo della nuova Repubblica a varare una legge in merito che non stravolgesse lo status quò solo perché puzzava di fascismo. Le norme maggiori da attenersi erano quelle dei vecchi confini e la sostenibilità finanziaria. In numerosissime frazioni si formarono comitati per l’autonomia che in generale erano sostenuti se non presieduti dal parroco del paese, perché era attorno alla parrocchia che si identificava una comunità senza municipio e perché così si sperava (e così successe) fosse più facile fare breccia in un ambiente politico di governo predominato dalla Democrazia Cristiana.
Parecchie centinaia di pratiche invasero il Ministero degli Interni, dietro ad ognuna c’erano almeno due politici, uno che premeva e l’altro che frenava, a seconda che fossero paladini della frazione o protettori del capoluogo, quantunque in molti casi ci fosse un accordo di massima. Anche in provincia di Varese ci furono decine e decine di richieste benché la procedura non fosse né semplice, né breve e richiedeva un certo esborso economico. Si trattava di raccogliere le firme alla presenza di un notaio, portare la petizione in consiglio comunale, ripartire le quote finanziarie, avere l’assenso di Prefettura e Provincia e quindi il beneplacito del Ministero che prima, però, richiedeva i pareri di Consiglio di Stato, Corte dei Conti e divisioni amministrative competenti. Una prassi che per norma richiedeva alcuni anni (in qualche caso ne passarono anche più di dieci) ugualmente furono poche quelle comunità che rinunciarono prima del pronunciamento ministeriale e molte quelle che, avuto il rifiuto, presentarono ricorso, anche più d’una volta.
Alla fine furono 27 i comuni varesotti ricostituiti con Decreto del Presidente della Repubblica: Origgio [D.P.R. n. 19 dic 1946]; CastelSeprio [D.L.P. n. 445, 06 mag 1947]; Germignaga [D.P.R. n. 22 dic 1947]; Gerenzano [D.P.R. n. 17 lug 1950]; Uboldo [idem]; Induno Olona [D.P.R. n. 954, 25 ottobre 1950; Mesenzana [D.P.R. n. 30 mag 1953]; Clivio [D.P.R. n. 476, 30 mag 1953]; Brezzo di Bedero [D.P.R. n. 24 lug 1953]; Saltrio [D.P.R. n. 703, 30 lug 1953]; Brenta [1 set 1953]; Duno [D.P.R. n. 22 mar 1954]; Marchirolo [D.P.R. n. 4 giu 1955]; Cugliate- Fabiasco [idem]; Buguggiate [D.P.R. n. 38, 17 gen 1956]; Brunello [idem]; Orino [D.P.R. n. 24 gen 1956]; Azzio [idem]; Ranco [D.P.R. n. 1481 13 nov 1956]; Cuveglio [D.P.R. n. 5 dic 1956]; Grantola [D.P.R. n. 14 feb 1957]; Barasso [D.P.R. n. 597, 23 mag 1957]; Luvinate [idem]; Besano [D.P.R. n. 829 del 27 giu 1958]; Venegono Inferiore e Venegono Superiore [D.P.R. n. 980, 4 set 1960]; Sangiano [D.P.R. N. 1067, 26 lug 1963], l’ultimo decreto.
A volte queste divisioni stravolgevano l’assetto logistico come nel caso di Brissago che, dopo il distacco di Mesenzana, si trovò scollegata dalla frazione Roggiano e ci vollero decenni prima che fosse resa praticabile una strada diretta che collegasse i due paesi; o anche Brezzo di Bedero che, scissasi Germignaga, risultò un’enclave disgiunta del comune di Luino, fino a quando anch’essa ritornò autonoma. Caso a parte fu Cuveglio che si ritrovò nuovo comune con le frazioni di Vergobbio, Cavona in seguito al distacco di Cuvio la quale, pur dando il nome al comune, rivendicava la propria antica autorità municipale usurpata da Canonica, ottenendo soddisfazione solo dopo una querelle decennale. Si separarono dopo una lunghissima e controversa prassi, pure i due Vengono, così come Azzio e Orino. Ottenne l’autonomia anche la piccolissima Duno che sarà il comune meno popoloso d’Italia.
Fra chi non riuscì nell’intento ci fu Mombello che dovette subire la defezione della industriosa frazione Ponte, ormai saldata a Laveno. Le rimostranze della frazione erano comunque forti per vari motivi, non ultimo il fatto che i cartelli indicatori riportavano solo ‘Laveno M.’; dopo insistiti ed inutili appelli della gente e del battagliero parroco dell’epoca affinché il nome ufficiale del comune fosse scritto per intero, pensarono di porvi rimedio con pennello e vernice. Così una bella mattina i viandanti poterono leggere l’indicazione finalmente completa ma, con stupore, si accorsero che la ‘M’ non era l’iniziale di Mombello…
[I Regi Decreti e i Decreti del Presidente della Repubblica sono consultabili nel sito: http://www.elesh.it/storiacomuni]

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