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Varese | 10 Giugno 2021

Maccagno, maltrattamenti in famiglia: a processo un cinquantasettenne

L'uomo, accusato di violenze e minacce ai danni dell'ex moglie e dei figli, ha respinto ogni accusa: "Mi volevano fuori di casa perché ero rimasto senza lavoro"

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“Sono sempre stato un padre presente, un lavoratore, una persona che ha fatto di tutto nella vita per il bene dei suoi figli“. Così un cinquantasettenne di origini siciliane, residente sul territorio delle valli luinesi da parecchi anni, ha respinto le accuse a lui rivolte in un’aula del tribunale di Varese, dove è a processo per una serie di maltrattamenti in famiglia che sarebbero avvenuti tra il 2005 e il 2017.

Schiaffi, pugni, calci, offese pesanti ai danni di moglie e figli, fino ad arrivare alle minacce di morte e ad una inquietante frase che l’uomo avrebbe pronunciato davanti alla moglie – difesa dall’avvocato Romana Perin – nel 2017: “Quest’anno ci sono stati parecchi femminicidi“. E’ questo il contesto, appesantito da una presunta situazione di indigenza, da condizioni di vita penose per la mancanza di libertà e per il timore costante di subire umiliazioni, che ha spinto l’ex compagna dell’uomo a rivolgersi ai carabinieri di Maccagno, paese in cui la coppia viveva prima della separazione.

“Non ho mai alzato le mani su mia moglie”, ha affermato ancora l’uomo rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonia Rombolà, prima di ammettere i propri errori in rapporto a un singolo episodio, risalente sempre al 2017 e documentato peraltro da una condanna definitiva per uno schiaffo con cui l’imputato aveva colpito la donna al culmine di una lite. C’era già la depressione, ha aggiunto, causata da un rapporto matrimoniale ormai compromesso e dalla disperata ricerca di un nuovo impiego, che non arrivava.

Eppure quella coppia che ne aveva passate tante, spostandosi di continuo da sud a nord tra la Sicilia, la provincia di Como, Cantù, Germignaga, Luino e infine Maccagno, in cerca di occupazione e nel tentativo, ogni volta, di recuperare una relazione perennemente tormentata, aveva vissuto anche quelle gioie tipiche di ogni famiglia felice, tra gite al mare, compleanni, vacanze estive, ritrovi con i parenti. Così, almeno, sembrano raccontare le fotografie che la difesa dell’uomo, rappresentata dall’avvocato Ivana Mombelli, ha prodotto in aula. Foto che contrasterebbero con l’immagine della famiglia indigente, “costretta a comprare i vestiti alla Caritas“. L’uomo le ha sfogliate una dopo l’altra, davanti al giudice Andrea Crema, ribadendo gli infiniti sacrifici affrontati, passando da un impiego all’altro (operaio per ditte e cooperative, ambulante nei mercati, commerciante insieme alla moglie) per far crescere dignitosamente i tre figli, oggi tutti maggiorenni.

“Lavorava, sì, ma i soldi poi li spendeva alle macchinette e quando li finiva, veniva a chiederli per continuare a giocare e per poter comprare le sigarette”, hanno raccontato i familiari. Per l’imputato il vizio lo aveva la ex moglie, “in più mi volevano fuori di casa perché ero rimasto senza lavoro“. La sentenza è attesa per l’inizio di settembre.

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