Si avviano verso la conclusione i lavori di restauro del campanile della chiesa parrocchiale di Besano, iniziati a fine settembre dello scorso anno grazie ad un ambizioso progetto di recupero condiviso dall’amministrazione comunale, dalla Curia e da Regione Lombardia.
I tre enti hanno inoltre assicurato la base economica per poter giungere all’intervento di conservazione di uno dei simboli della storia e della tradizione non solo di Besano, ma dell’intera Valceresio.
Il costo complessivo dei lavori supera i 230 mila euro, somma per la quale – oltre alla parte già stanziata – è stata indetta una campagna di raccolta fondi ancora attiva.
Il percorso compiuto dal progetto di restauro, le origini del campanile (ideato nel 1804) e l’indagine compiuta per risalire allo scultore che realizzò la statua di San Giovanni, che dalla sommità della torre veglia sul paese (una vera e propria storia nella storia), sono gli aspetti che hanno ispirato un lungo e articolato racconto a cura dell’architetto Gabriella Volpi. Lo alleghiamo di seguito in forma integrale.
Era nell’aria.
Se ne parlava da anni.Il ponteggio ha iniziato a girare sul perimetro, dal basamento fino alla cella campanaria, per poi raggiungere il bel cipollotto in rame e, a coronamento, la statua di San Giovanni.
Il telo antinfortunistico, a ranghi azzurri e bianchi, fissato alla sommità del ponteggio, ha iniziato a sventolare nel cielo: quel giorno, a Besano, se si alzava lo sguardo, c’era aria di poesia.
C’era quel vento propiziatorio di buone novelle che aveva assunto il campanile come asta e il telo a bandiera: un araldo moderno, per ufficializzare l’inizio dei lavori di restauro conservativo.
Un progetto ambizioso, nato dalla collaborazione dell’attuale e tenace amministrazione comunale (che ne ereditava l’idea dalla precedente), della Curia e della Regione Lombardia: realtà distinte ma sinergiche, accomunate dalla volontà di riportare agli splendori di un tempo un segno architettonico di così notevole impatto storico, paesaggistico e collettivo.
Il campanile è un vero e proprio strumento sonoro: Il suo nome latino era l’onomatopeico tintinnabulum o vasa, campana, termine derivato dalla regione dove per prima, intorno all’VIII secolo d.C., si diffuse la costruzione di vasi in bronzo con un battente interno.
Una volta, prima dei grattacieli, erano i campanili a definire lo sky line dei borghi e delle città: ne erano simboli d’identità comunitaria e di rappresentazione del tempo, misurato dal suono delle campane che scandiva i ritmi della preghiera e del lavoro nei campi.
Oggi, i campanili, sono simboli mistici della linea del cielo verso cui tendono.
Quello di Besano è nato nel 1804 dal disegno di Luigi Giudici di Viggiù: la proposta architettonica, di ben 42 metri di altezza, affratellato nelle sapienti proporzioni tra sfondati e cornici, nell’equilibrata cella campanaria e nella cupola a bulbo, al più ricco e prestigioso campanile di San Vittore a Varese del Bernasconi, svetta da oltre due secoli nella valle.
La fabbrica del campanile di Besano ha terminato i suoi lavori nel 1808 con la posa delle cinque campane: Santina, Gioconda, Berta, Marta e Simone.
A coronamento, veniva posata una cupola a “cipolla”, tipica finitura architettonica a corpo rialzato e strombato, con terminale slanciato a punta che, simbolicamente, rimandava alla fiamma di una candela: la luce di Cristo.
Il montacarichi che sale e scende, un brulicare di uomini al lavoro, un manufatto architettonico impacchettato e velato al pubblico, incuriosito e impaziente: inizia così la rinascita del campanile di questo paese.
Dal mio terrazzo, un’ampia portafinestra inquadra sia il campanile della Chiesa parrocchiale che quello della Chiesetta di Santa Maria Nascente sul Colle di San Martino: tanta bellezza non poteva non essere racchiusa in una cornice.
Così seguivo i lavori da lontano, ma anche da vicino: Amedeo, responsabile della pulitura, conservazione e ritinteggiatura, con progetto approvato dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Milano, ogni tanto, dal mio terrazzo, con in mano una tazza di thè caldo, mi aggiornava sul procedere.
Coordinare le maestranze non era sempre semplice, i contrattempi erano all’ordine del giorno, ma soprattutto, in alcune giornate, si toccava il suolo intorpiditi dal vento gelido sferzante a quella quota.
Ho scoperto, in uno di questi incontri a scaldare le ossa e, successivamente, in un vis a vis con la statua di San Giovanni, molti dettagli della scultura: di tipica iconografia classica, con una croce ancorata su una lancia in ferro da cui pende un cartiglio, una pelle di capra o cammello addosso al santo e un agnellino sorretto sotto il braccio.
La croce era simbolo del ruolo di Giovanni come precursore della morte di Cristo: indicava la povertà e l’umiltà del santo; il cartiglio riportava spesso (qui difficilmente leggibili) le parole “Ecce Agnus Dei, qui tollit peccata mundi”, “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”; la pelle di cammello o capra era un particolare anch’esso derivato dalle scritture e dagli apocrifi in cui si narrava della povertà di Giovanni nel deserto e si diceva vestisse proprio di queste pelli.
L’Agnellino era, oltre un riferimento alle parole del cartiglio, anche indizio di purezza del Battista.
La statua è alta circa due metri e realizzata in pietra di Viggiù, estratta dalle cave di fine arenaria: pietra calcarea, di colore grigio paglierino, facilmente duttile allo scalpello.
L’autore della statua non ha firmato l’opera.
E sarebbe parsa ingratitudine non riconoscere all’autore il lavoro che, dopo oltre duecento anni, fa ancora bella mostra di sé e veglia sulla comunità: a non lasciare nell’anonimato l’ennesima opera di uno dei moltissimi artisti della valle, ci hanno pensato la puntigliosità e la precisione degli uomini di un tempo, in particolare quella del curato Antonio Bartolomeo Bonaventura Buzzi che, nelle sue annotazioni sul Libro dell’Amministrazione della Fabbrica del Campanile di Besano, segnalava di aver consegnato, in data 1804, lire 80 per il costo del blocco di pietra da cui sarebbe nata la statua e lire 380 come ricompensa all’autore, Gerolamo Argenti.
Lo scultore nasceva nel 1752 a Viggiù, paese che aveva già visto i natali di molti Argenti e che ne vedrà ancora dopo di lui, forse più ceppi di famiglie che facevano dello scalpello, oltre che un attrezzo di lavoro, anche un segno distintivo di talento: Giosuè, Antonio, Felice, Giuseppe, Bernardo, Francesco Maria (quest’ultimo architetto).
Gerolamo, oltre a lavorare in loco ed in valle, ha scolpito alcune delle statue che avrebbero coronato due delle guglie del Duomo: Sant’Achilleo nel 1811 e San Abdon nel 1812.
Negli Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, Gerolamo risultava iscritto tra gli scultori o statuari, ovvero coloro che erano deputati a lavorare sulla figura umana, o più in generale come “piccadore lapidum” (così come specificato nel Dizionario degli artisti bosini dal XII al IX secolo di Fernando Cova): come lui, molti artisti viggiutesi, hanno contribuito ad arricchire il Duomo di buona parte delle 2300 statue della Cattedrale.
In totale, dal 21 settembre 1810 al 13 settembre 1813, lo statuario Gerolamo Argenti è stato pagato per la realizzazione di una ventina tra statue grandi e di dimensioni minori.
Peccato che i bombardamenti del 1943 abbiano arrecato molti danni alle statue, soprattutto a quelle delle guglie del transetto nord, tra cui la scultura di Sant’Achilleo che è stata sostituita, per essere restaurata nei magazzini della Veneranda Fabbrica, dove è purtroppo rimasta, senza più riprendere la collocazione originaria: solo all’inizio del novecento è stata identificata da Ugo Nebbia (critico d’arte) come opera di Gerolamo Argenti.
Ma la sua mano non lasciava segni solo al Duomo di Milano: sono state attribuite a lui, infatti, anche alcune delle statue in marmo di Candoglia classicheggianti e di esecuzione accurata che arricchiscono l’emiciclo dello scalone della Sala dell’Esedra della Pinacoteca Ambrosiana. Gerolamo Argenti ha concluso la sua operosa vita il 1821 a Viggiù.
Quando si sente parlare di “artisti minori”, nella nostra valle, è facile pensare a produzioni di minore talento rispetto ad altre: la nostra è stata, invece, una culla geografica talmente proficua di maestranze che alcune hanno firmato consapevolmente le loro opere consegnandole al futuro, mentre altre hanno prodotto senza avere coscienza delle reali capacità, rimanendo più defilate, ma non meno degne di far parte della storia.
Il campanile di Besano è testimonianza di un passato, da curare nel presente e da tramandare alle generazioni future, che svela vicende, aneddoti, vite, apporti professionali individuali e collaborazioni inaspettate che hanno contribuito a lasciarci pezzi di storia in manufatti pregiati.
L’amministrazione comunale, sulla spinta di queste riflessioni, ha in animo di realizzare un calco della statua dell’Argenti per permettere a tutti i cittadini di poterne godere anche da terra: al momento questo intento è supportato, nel rilievo, dalla collaborazione dello Studio Volpi di Carnago, pluripremiata azienda innovativa che sposa engineering, arte, comunicazione, design e tecnologie digitali, di proprietà di Gianmario Volpi, ex besanese doc, che non ha esitato a fornire le competenze tecnologiche dello studio al servizio del paese natale.
Il giorno in cui il campanile di Besano si farà scivolare via il velo, punteremo in alto lo sguardo, meravigliato come quello di un bimbo che scarta impaziente il suo cioccolatino, soddisfatti del suo ritorno a segnare, di nuovo, il confine tra terra e cielo.
Possa essere, questo 2021, se non d’oro almeno d’Argenti.
(Foto di copertina dal sito www.comune.besano.va.it)
© Riproduzione riservata


Vuoi lasciare un commento? | 0