Sono giorni difficili per il Varesotto e per l’Italia intera, stretta – come molti altri Paesi europei ed extraeuropei – nella morsa della seconda ondata di Covid-19.
Eppure la battaglia che i medici e gli infermieri sono tornati a combattere con forza in queste settimane sembra sempre più attiva non solo sul fronte sanitario, ma anche su quello dell’informazione.
In particolare sui social network, ai molti post o video di operatori costantemente in prima linea da giorni – che cercano di mostrare cosa accade all’interno dei reparti Covid e di spronare tutti all’adozione delle precauzioni necessarie a rallentare il più possibile la diffusione del contagio – si contrappongono quelli di chi cerca di smontare l’esistenza di una situazione critica all’interno dei molti presidi ospedalieri.
Episodi del genere si sono verificati pochi giorni fa anche all’ospedale di Circolo di Varese – a cui il Tg1 ha dedicato un servizio lo scorso 28 ottobre, dopo l’impennata di contagi in provincia che l’ha portata a essere una delle più colpite di tutta la penisola – ma hanno riguardato anche alcuni nosocomi di Milano, punti di riferimento nella gestione dell’epidemia, come il Sacco: la nuova frontiera di coloro che vengono definiti “negazionisti” è infatti quella di inventarsi cronisti d’assalto al posto dei giornalisti (da essi ritenuti dei meri “terroristi”) e di dimostrare attraverso foto e video girati nei vari ospedali che non esiste alcuna emergenza, a differenza di ciò che diffondono gli organi di stampa.
Non si sentono suonare le sirene delle ambulanze, oppure al contrario queste vengono fatte viaggiare vuote e a sirene spiegate per le vie delle città in modo da generare paura nelle persone, oppure ancora i vari pronto soccorso e le rispettive sale d’attesa sono praticamente vuote: sono queste alcune delle “prove” che vengono addotte per smontare il cosiddetto “terrorismo mediatico”. Per questo abbiamo voluto provare a chiarire qualcuno di questi punti, grazie anche all’aiuto del presidente della Croce Rossa di Luino e Valli, Pierfrancesco Buchi.
“Davanti alle bufale che i social ci propinano quello che conta è la concretezza e l’impegno che gli operatori sanitari negli ospedali e sulle ambulanze, volontari o salariati, stanno affrontando tutti i giorni per questa emergenza. La nostra ambulanza dedicata al 118 è convenzionata con Areu e quindi quando la si vede per strada è perché c’è in corso una chiamata di soccorso in emergenza-urgenza. Certamente non fa trasferte vuota a piacimento”, spiega Buchi (così come hanno fatto sui social molti altri operatori della CRI o di altri servizi di emergenza).
Gli accessi al pronto soccorso, sin dall’inizio dell’epidemia, sono stati immediatamente differenziati con la creazione sia di ingressi separati per le ambulanze sia di appositi pre-triage e triage destinati a pazienti Covid e non Covid. Tutto questo – unito alle direttive sugli ingressi e ai ripetuti inviti da parte delle aziende socio-sanitarie a non recarsi nei PS se non in caso di urgenze indifferibili – ha fatto in modo di diminuire in modo considerevole le presenze all’interno delle sale di attesa: ecco perché c’è “il deserto” e gli operatori sono più tranquilli. Dire inoltre che le sirene dei mezzi non si sentono all’esterno del pronto soccorso è un’affermazione priva di fondamento, dal momento che queste vengono sempre disattivate nei pressi dei presidi e ciò accade (ed è sempre accaduto) a prescindere dal tipo di emergenza in corso in quel momento.
Ben diversa è la situazione all’interno delle aree adibite alla cura dei pazienti affetti da coronavirus, dove si lavora senza sosta: “Ho parlato con una nostra volontaria che lavora in pronto soccorso (all’ospedale di Circolo, ndr): mi confermava la tensione, le preoccupazioni, la situazione emergenziale che c’è in questo momento a Varese e in altri ospedali. Le altre sono solo chiacchiere”, ci racconta il presidente della Croce Rossa Luino e Valli.
Sebbene non tutti i pazienti giunti al pronto soccorso vengano poi ricoverati, i reparti dell’Hub Covid di Varese sono ormai quasi tutti saturi e anche i ricoveri all’interno delle terapie intensive del Circolo continuano ad aumentare a ritmo sostenuto. L’ASST Sette Laghi sta provvedendo di continuo a rimodulare l’assetto aziendale per cercare di accrescere il più possibile il numero di posti letto disponibili, ma la rapida evoluzione della situazione ha già portato anche al trasferimento di pazienti Covid nell’ospedale di Angera.
“C’è tanta preoccupazione in questo periodo, – continua Buchi – tant’è che ci sono tanti privati cittadini, ma anche tante associazioni del territorio che ci chiamano e ci chiedono un consiglio. Chiedono chiarimenti sulle norme che sono state introdotte dagli enti superiori, dal Governo e dalla Regione e noi mettiamo a disposizione il nostro know-how e le nostre competenze con la nostra direzione sanitaria composta da medici e collaboratori, preparati proprio per agevolare la comprensione di queste restrizioni e raccomandare l’uso delle mascherine, il distanziamento, la pulizia delle mani e il restare a casa il più possibile”.
“Sui social c’è chi nega l’evidenza, chi strumentalizza le restrizioni per fare politica o peggio ancora diffonde notizie false per guadagnare qualche ‘like’ in più. Oggi dobbiamo essere vicini agli operatori della Croce Rossa, a quelli delle altre associazioni di soccorso e agli operatori sanitari che sono in ospedale. Abbiamo bisogno tutti di sentire la popolazione, la comunità, la cittadinanza al nostro fianco, perché salvare vite oggi è diventata una missione“, conclude il presidente della CRI Luino e Valli. (Foto di Alessandro Fazio – Croce Rossa Luino e Valli)
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