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Luino | 5 Settembre 2020

“Come eravamo”, dal tram all’utilitaria: mezzo secolo di spostamenti

Dalla bicicletta che costava un mese di paga alla rivoluzione Mosquito. Dalla Vespa al Motom, accessibile a tutti, fino allo status symbol della "vetturette"

Tempo medio di lettura: 2 minuti

(A cura di Giorgio Roncari) Il mezzo di trasporto privato più diffuso negli anni Cinquanta era la bicicletta. Un modello discreto, con i freni a bacchetta, costava un mese di paga, una da corsa con i cambi sul telaio, molto di più, ma ugualmente, appena le tasche lo permettevano, se ne acquistava una e frequenti erano le file di operai che andavano e venivano dal lavoro, calcando le ghiaiose e faticose strade del tempo.

Le luci, passato il tempo del carburo, erano a dinamo, le donne poi avevano come abbellimento delle reticelle alla ruota posteriore. Le biciclette furono la prima causa del calo d’utenti delle tramvie delle nostre valli che, alla fine degli anni Quaranta, in maniera scientifica, una dopo l’altra, vennero soppresse e sostituite dalle corriere, certamente più funzionali e moderne.

I ciclisti trovarono un alleato nella Garelli che ideò un piccolo motore da fissare al telaio delle bici con un rullo che aiutava la ruota: il Mosquito, un propulsore a due tempi di 38 cm/c. di cilindrata, alimentato a miscela. Faceva i 70 km con un litro e raggiungeva i 30 km/h. Negli anni Cinquanta ebbe un discreto successo perché faceva risparmiare fatica e tempo, anche se non era di semplice applicazione e utilizzo soprattutto con la pioggia che faceva slittare il rullo di spinta.

Chi aveva più disponibilità, invece, si permetteva la Vespa o la Lambretta, due moto carenate similari. La Vespa l’aveva creata la Piaggio nel ’46 ed era stata chiamata così per via del rumore del motore e delle forme ricordanti vagamente l’insetto. La Lambretta, nata l’anno dopo, era della Innocenti e derivava il nome dal fiume Lambro, sulle cui sponde sorgevano gli stabilimenti.

Il ciclomotore che permise a tutti di motorizzarsi fu però indubbiamente il Motom. L’aveva ideato Ernesto Frua De Angeli, industriale legato a Laveno, che lo costruiva nel suo stabilimento tessile a Milano. Telaio a tubolare, semplice, robusto e leggero, generalmente rosso, con pedali, dal consumo limitato e dal prezzo abbordabile, nel suo modello base di 48 cc fu, fino a metà degli anni Sessanta, il mezzo di locomozione per moltissimi, anche se, accumulandosi i km, sputacchiava olio e fumo.

Negli anni Sessanta, quando arrivò il boom economico, il termometro dello sviluppo fu l’automobile. Comparve allora l’utilitaria, termine con cui si voleva forse indicare il non plus ultra della convenienza automobilistica. Le Topolino e le Balilla, specchio della borghesia degli anni Cinquanta, con le astine laterali azionate a mano come frecce indicatorie e la manovella anteriore d’avvio, vennero soppiantate da una serie di vetturette accessibili a tutti: le Fiat 500 e 600, le Bianchina, e poi le NSU, le Mini, le Simca 1000, le 2 Cavalli, le R 4, che in breve riempirono le carrozzabili. Si trattava di automobilette di piccole dimensioni e cilindrata, con le porte controvento, le frecce lampeggianti, la levetta d’accensione. Economiche e pratiche, tenevano poco spazio nei posteggi e, anche se i quattro passeggeri erano obbligati a comprimersi per starci dentro, divennero lo status symbol di quei tempi.

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