Luino | 27 Giugno 2020

“Come eravamo”, dal buco in cortile alla carta igienica: fenomenologia dei “bisogni”

Dal "localino" comune per le impellenze al vespasiano e al gabinetto di ringhiera. Come è cambiata nel tempo la gestione delle esigenze fisiologiche degli italiani

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(A cura di Giorgio Roncari) Ora lo chiamano gabinetto, toilette, bagno, locale di decenza, il “cento”, 00, WC, ma una volta era solo il cesso, stava nel cortile ed era unico per tutte le famiglie che ci abitavano. Era un localino quadrato chiuso alla meglio, con uno scalino col buco dove si stava accucciati. Qualcuno ci aveva messo un asse di legno per sedersi ma non era propriamente igienico, soprattutto d’estate quando giravano mosche, mosconi e vermetti. Negli ambienti pubblici c’era la latrina con la turca, e, ma solo per gli uomini, il vespasiano o pisciatoio.

Per pulirsi si usava carta di giornale appesa su un chiodo, o magari anche quella dei pacchetti della spesa come la carta di zucchero, quella del macellaio o quella del prosciutto, o anche le schedine della Sisal. Il cesso poi lo si risciacquava ogni tanto con un secchio d’acqua.

Prima ancora la gente andava nelle stalle e si puliva con le foglie, meglio se quelle larghe di verza, quelle di fico meglio di no, perché sfregavano. Tutto faceva da concime per la campagna. Del resto una volta non c’erano i giornali e la carta si utilizzava per altre cose e aveva il suo costo. I cessi scaricavano nei pozzi neri fatti in maniera da poter togliere ogni tanto il grosso con un secchio e concimare l’orto. Quando poi si riempiva, si svuotava con tolle col manico e si caricavano sulla bonza. Allora non c’erano pompe idrauliche.

Sembrerebbe che parliamo di grasso o di cosa indecente ma è risaputo che non c’è maggior soddisfazione che farla quando scappa perché “il sedere fa come vuole” e poi anche una volta la facevano come ora, anche se c’era meno intimità. In certi ambienti come le fabbriche o luoghi pubblici, c’erano gabinetti comuni dove la facevano tutti insieme senza vergognarsi. Per quanto riguarda il letame, c’è da dire che allora era una cosa preziosa e nessuno si schifava, c’era addirittura chi aspettava che la mucca facesse i suoi bisogni per raccoglierli immediatamente. È vero che i paesi profumavano di stalla ma era una cosa naturale e la gente non aveva il naso sofistico del giorno d’oggi e nessuno faceva caso alla fragranza.

Nelle città, siccome c’erano condomini di cinque o sei piani e scendere ogni volta che si aveva bisogno era una bella stancata, col rischio poi di non arrivare in tempo, si costruivano gabinetti di ringhiera; uno o due, in base al numero di famiglie, in fondo al balcone. Un’usanza che poi si è diffusa anche nei paesi dove in un cortile si potevano vedere balconi con quattro o cinque cessi, sui poggioli, appesi ai muri, scavati nelle pareti, che a volte erano bugigattoli da starci a fatica. A Milano ci sono ancora.

Di notte si usavano gli orinali, che si tenevano sotto il letto o nei comodini. Ce n’erano di vari tipi e misure: di ferro o di latta, per norma smaltati di bianco magari con un bordino colorato; i signori avevano quelli in ceramica, più costosi da usare con attenzione per non romperli, a volte con un coperchietto in legno. Di seguito sono arrivati anche quelli di plastica, ma intanto avevano cominciato a fare i gabinetti in casa. I primi a usarli hanno ricevuto molte critiche; non era un lavoro da fare perché si pensava che la puzza rimanesse in casa.

La carta igienica l’hanno inventata gli americani e da noi è arrivata solo intorno al Sessanta – Settanta quando hanno cominciato a mettere le fosse biologiche e coi giornali si rischiava di intasarle. Si usava con parsimonia perché aveva un costo. Ora è diventata una cosa vergognosa da quanta carta igienica viene usata. È stato anche calcolato che una persona nella sua vita passa dai 3 ai 4 anni in gabinetto. Chissà se questa differenza, assai sensibile, la faccia la pigrizia o la regolarità di ogni singolo intestino.

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