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Varese | 26 Aprile 2020

Terra di leggendo il Regno delle Bocce: Bepi e il campionato

Un altro racconto d'altri tempi, nella Lombardia di un tempo lontano, in cui la convivialità si sposava appieno con il sano agonismo delle bocce

Tempo medio di lettura: 4 minuti

(articolo di Roberto Bramani Araldi) Quell’anno per la squadra di Sesto tutto era filato liscio come l’olio, una vittoria dietro l’altra, una marcia inarrestabile, altro che l’Aida del Verdi! Ormai era arrivata ad un passo dalla disputa del titolo italiano: bastava non perdere l’incontro di ritorno contro la Virtus di Murano e il pacchetto era già confezionato, con tanto di fiocco e biglietto d’auguri.

Il Bepi ne era non dico sicuro, ma certissimo. “Ma cosa àndemo a far ‘sta partida de ritorno! – esclamava con aria sprezzante nel suo italiano infarcito di termini dialettali – avemo vinto qui 6-2, che cossa volete che facciano el miracolo della Madonna di Loreto? Come fanno, mi chiedo, con el Bepi? G’ho portato o no quattro punti qui? E due col singolo, e altri due con la coppia: xe un viaggio per fare una bella magnàda de pesce de quela che dico io, altro che storie!”

Il Bepi era un veneto della zona di Mestre, trapiantato da anni in Lombardia, un po’ guascone, un “ganassa” come gli dicevano a Sesto, ma sicuramente era un grande puntista, come pochi, per davvero. Quando era in gara si trasformava, non guardava in faccia nessuno: si metteva con il tacco sulla riga del punto e gettava la boccia verso il pallino. Invariabilmente questa si fermava a non più di 30 centimetri, sempre dietro, per cui all’avversario non rimaneva che bocciare per allontanarla.

Faceva così il punto? Nessun problema. Il Bepi si rimetteva nella stessa posizione di prima e la boccia, puntuale a 30 centimetri, quasi dove era stata la precedente. Se andava a fondo campo il boccino?  Di nuovo la boccia del Bepi a 30 centimetri o meno, in qualunque posizione dovesse giocarla era sempre lì con una percentuale vicina al 100 per cento.

Comunque l’incontro di ritorno andava giocato e Bepi, data la sua provenienza, si fece in quattro a organizzare un folto gruppo di sostenitori per andare a Murano, secondo un programma ben articolato: partenza all’alba da Sesto in treno, arrivo a Venezia, imbarco su un battello privato e sbarco in tarda mattinata a San Pietro in Volta, sull’isola di Palestrina, per pranzare prima di mezzogiorno da Memo, famoso per i suoi succulenti pranzi a base di pesce.

Poi trasferimento a Murano, entro le due, per l’incontro che sarebbe cominciato alle tre del pomeriggio. Il direttore sportivo aveva timidamente accennato ai tempi ristretti e alla prova campi, ma Bepi, sicuro del fatto suo, aveva replicato: “Ma cossa ci vuole da Palestrina a Murano? Venti minuti, mica tanto di più e la prova, mica è importante, siamo i più bravi, che cosa vuoi che facciano?” Sapeva essere molto convincente, del resto durante tutte le fasi eliminatorie aveva portato sistematicamente quattro punti per incontro, per cui ne sarebbero bastati solo tre per archiviare la pratica.

Il giorno fatidico, tutto iniziò come previsto. Cinquanta persone alla partenza, treno all’alba, arrivo a Venezia alle dieci, battello già pronto ad aspettarli per il trasferimento a San Pietro in Volta. Una volta arrivati da Memo, preavvertito dell’incursione aveva predisposto i tavoli imbanditi con vista sulla laguna, tutti si sedettero a tavola per il pranzo preparato in anticipo per consentire l’arrivo a Murano di giocatori e supporters in tempo utile.

Era stato inteso che i sei componenti la squadra avrebbero consumato un pasto frugale, mentre per gli altri era previsto un menu succulento annaffiato, come si conviene, da abbondanti libagioni di vini bianchi del Collio. Dopo gli antipasti la temperatura era già abbastanza elevata, figurarsi al completarsi dei primi! In quel momento Bepi, come sempre attento all’alimentazione e, soprattutto al bere – non aveva toccato una goccia di vino -, si rivolse ad Andrea, il suo compagno di coppia: “Senti, lascia che finiscano di mangiare e andemo a prendere un po’ di sole dall’altra parte dell’argine, così riposemo un poco e saremo più in forma in gara”.

Andrea, che lo seguiva sempre ciecamente, assentì subito e i due si avviarono abbandonando la compagnia salita ulteriormente di giri. I piatti di Memo s’inseguivano uno dietro l’altro, il cibo era fantastico, il vino poi ad ogni bicchiere ingollato sembrava migliore, per cui, arrivati al dessert, si accorsero che era diventato tardi, stavano rintoccando le due. Fortuna che il pagamento era già stato fatto da Sesto alla prenotazione con il menu stabilito, quindi tutti di corsa al battello, imbarco e … partenza. Lo sanno anche i sassi che la fretta non si accompagna mai alla precisione, soprattutto quando i partecipanti all’avventura sono quasi tutti brilli.

Il Bepi e l’Andrea, che si erano spaparanzati a prendere il sole e si erano bellamente appisolati, ad un certo punto si erano destati e l’Andrea, guardando l’orologio, aveva constatato che erano già passate le due. Scuotimento e: “Bepi, porco mondo, sono già le due, dobbiamo imbarcarci”. Risveglio immediato del compagno e, camicie in mano, via di corsa verso il molo, dal quale il battello si era staccato da tempo e appariva piccolo, ormai lontano. Corsa disperata sull’argine con urlacci ripetuti e disperati, ma ormai nessuno era in grado di udirli. Sul battello canti più o meno intonati dettati dalle abbondanti libagioni, infine arrivo a Murano.

In quel momento il direttore sportivo si rivolge a uno degli atleti e domanda: “Ma il Bepi e l’Andrea dove sono finiti, si sono nascosti nella stiva?” celiando, ma neppure troppo convinto. Niente, scomparsi, panico. Nessun collegamento possibile. La terribile realtà fu evidente: erano rimasti da qualche parte sull’isola di Palestrina. Fu giocoforza farne a meno e mentre il Bepi e l’Andrea cercavano disperatamente e invano un natante per raggiungere la squadra a Murano, i sestesi incappavano in una sonora sconfitta per 7-1 e dovettero rinunciare ai sogni di gloria che li avevano accompagnati fin lì. E la laguna, in una giornata talmente struggente da ammaliare anche i più insensibili, rimaneva indifferente a contemplare due tapini, con le camicie in mano, lì sul molo di San Pietro in Volta, ad aspettare che arrivasse l’ansante battello di linea.

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