Canton Ticino | 7 Aprile 2020

Coronavirus, Ticino: le aziende iniziano a licenziare. Coinvolti tanti frontalieri

Diversi i settori interessati, tra cui il manifatturiero. Dal sindacato Ocst preoccupazione per il mancato ricorso al "lavoro ridotto". In Ticino il 40% delle richieste

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Lo stato di emergenza in Svizzera proseguirà almeno fino al 19 aprile, con tanti settori produttivi bloccati e con l’unità di crisi, istituita per fronteggiare le conseguenze del Coronavirus anche in ambito lavorativo, che si riserva la decisione finale sulla possibilità delle singole aziende, o dei singoli settori, di tornare operativi.

Nel frattempo i danni prodotti dalla pandemia iniziano a farsi sentire anche per i tanti frontalieri del territorio impiegati oltre confine. Dal riposo forzato si è già passati in molti casi ai licenziamenti, soprattutto per quanto riguarda i settori turistico, alberghiero, della florovivaistica e anche del manifatturiero.

La situazione, oltre ad aver disorientato i lavoratori, ha prodotto una dura reazione da parte del sindacato Ocst, che con una lettera rivolta agli imprenditori e ai datori di lavoro ha chiesto delucidazioni agli stessi per non aver fatto ricorso al “lavoro ridotto”, allo scopo di offrire ammortizzatori sociali in presenza di scenari come quello attuale, quando la produzione deve necessariamente essere limitata o addirittura interrotta.

A proposito di lavoro ridotto, le richieste sono comunque partite dai diretti interessati, ovvero i lavoratori, con il 40% delle domande dal solo Canton Ticino (circa 8500), come riporta La Prealpina.

“Un sondaggio effettuato dalla società Gryps, portale che mette in comunicazione le piccole aziende con i consumatori, ha rilevato che il 6,5% delle piccole e medie imprese svizzere interpellate ha già licenziato personale a causa della crisi coronavirus e un ulteriore 8% prevede di farlo prossimamente”, si apprende ancora dal quotidiano locale.

C’è poi un’altra situazione che preoccupa sindacati, lavoratori e famiglie. E’ quella delle molte donne impiegate presso privati in attività di pulizia e babysitting, le quali in virtù delle normative stabilite dalla Seco (Segreteria di Stato dell’Economia), pur non lavorando, non possono fare ricorso al lavoro ridotto, perché assunte appunto da privati e non da aziende.

“Si tratta nella maggior parte dei casi di lavoratrici occupate presso più famiglie – precisa il sindacato Ocst in un’altra comunicazione inviata direttamente al governo – e per questo assunte e assicurate presso più datori. Tale condizione le rende già di per sé più deboli, dato che, anche se spesso lavorano quasi a tempo pieno, cumulando le attività, non vengono assicurate per il secondo pilastro o per la malattia. In questo difficile momento – sottolinea il sindacato – finiscono per perdere completamente e improvvisamente il salario, per un motivo che non dipende da loro ma da un intervento a protezione della salute pubblica”.

Analoga è la condizione di altre categorie, come quelle degli operatori di mense scolastiche e di chi si occupa di doposcuola. “E’ da escludere per molti motivi il ricorso alla disoccupazione – concludono da Ocst -. Innanzitutto non è lo strumento adatto perché i datori di lavoro non hanno intenzione di interrompere il rapporto. Anche chiedendo la disdetta i dipendenti perderebbero il posto senza avere la sicurezza di poterlo riavere in seguito. Esiste poi il problema del periodo di disdetta e del periodo di attesa, per i quali finirebbero per non ricevere nulla per tutto il corso della crisi”.

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