Sul ruolo dei test per gli anticorpi nel riconoscere la positività di un soggetto al coronavirus, il Comitato scientifico della Protezione civile si è espresso nei giorni scorsi con particolare prudenza, sottolineando l’impossibilità, allo stato attuale, di sostituirli ai tamponi nell’ambito della valutazione diagnostica.
Ad ogni modo i dispositivi, dopo le prime sperimentazioni, sono entrati con forza nel dibattito pubblico sull’emergenza pandemica, stimolando i pareri di esperti e non, e hanno iniziato a raggiungere le strutture sanitarie, anche nell’alto Varesotto.
Tra queste c’è la Fondazione Cavalier Francesco Menotti che rientra nell’elenco delle rsa locali, un bollettino drammatico dal punto di vista dei contagi da Covid-19 e dei decessi legati al virus, salvo rare eccezioni. La situazione della struttura con sede a Cadegliano Viconago pare essere una di queste e le ragioni sono riconducibili alle misure di prevenzione attuate ancora prima che la pandemia entrasse nella sua fase critica.
Da fine febbraio i 167 ospiti e i 140 dipendenti della rsa si sono visti privati dei contatti con l’esterno, in particolare con i visitatori, dotandosi con il giusto tempismo dei dispositivi di protezione individuale, oggi tassativi pressoché ovunque.
Le operazioni di monitoraggio proseguono e la prudenza continua a premiare la struttura, che ad oggi conta un solo caso, quello di un operatore, risolto dopo una breve forma influenzale.
La decisione di ricorrere ai test sugli anticorpi (una piccola puntura sul dito che nel giro di quindici minuti dà un responso sulla presenza o meno del virus) è dei giorni scorsi, come racconta il direttore sanitario Mauro Pizzi al quotidiano locale La Prealpina, e a breve i controlli verranno estesi a tutti, dipendenti e ospiti. I test provengono da una ditta tedesca che li produce e il costo di ogni singolo dispositivo è di dodici euro.
Alla residenza Menotti di Cadegliano Viconago, indipendentemente dalle nuove prospettive introdotte dalle analisi sugli anticorpi, la prevenzione continua a ritmo spedito soprattutto tramite gli accorgimenti “tradizionali”. “Nemmeno i fornitori si possono avvicinare, da settimane – si legge ancora sulle pagine de La Prealpina -. Devono lasciare tutto all’esterno, a debita distanza: il materiale e i rifornimenti per il cibo vengono poi recuperati dai dipendenti”.
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