Luino | 23 Ottobre 2019

Le sei anime di Enzo Sarrubbi, a Luino il grande ricordo

Al Liceo Scientifico "V. Sereni" un parterre di grandi relatori, che ha condiviso con lui passioni e vita, fino al calvario che ha portato via il giovane 20 anni fa

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Si chiamava Vincenzo Sarrubbi, ma per tutti era semplicemente Enzo. È stato uno scrittore, giornalista e militante politico di Luino che voleva essere uno studioso della Filosofia applicata al quotidiano, alla convivenza, al prossimo, al calore umano”. Così, in sintesi, recitava il messaggio ricevuto qualche giorno fa, con l’invito a un insolito appuntamento, previsto sabato 19 ottobre scorso, presso l’aula magna del Liceo Scientifico “V. Sereni”, per ricordare e raccontare di una “presenza” che non è mai diventata “assenza”, se non quella fisica, che si percepisce con i cinque sensi, in antitesi con l’eredità che egli ha lasciato nei cuori e nella vita di chi l’ha conosciuto e gli ha voluto bene.

E al tavolo dei narratori, alcuni soltanto hanno preso la parola, fra tutti coloro che avrebbero potuto parlare di lui: Guglielmo Ruocco, Antonella Barranca, Roberto Stangalini, Antonio Azzarito, Ottavio Brigandì, Fabio Cavallari. Ma l’intera platea, con la famiglia e la dirigente scolastica Maria Luisa Patrizi, era unita dal medesimo filo invisibile, che tesseva una ragnatela di ricordi personali, di sentimenti e di emozioni che ancora oggi, a distanza di vent’anni da quella morte ingiusta e inaccettabile, si ribellano al destino che si è portato via un ragazzo di soli 25 anni dopo sette mesi di calvario.

Ecco dunque che il percorso narrativo di questa commemorazione sui generis ha fatto riaffiorare, una dopo l’altra, le innumerevoli anime di Enzo. Così, tra un sorriso e una lacrima, ecco riaffiorare la sua anima sportiva: la passione per il calcio, che per lui era “un’isola diversa”, e gli allenamenti con il professor Ruocco in una squadra che “lui considerava come una nave, pertanto si doveva remare insieme”, ma in cui il giovane stava manifestando la sua straordinaria capacità di ascoltare gli altri.

Ma in quegli spogliatoi stava già germogliando anche la sua anima giornalistica, che lo vedrà redattore nel settimanale cattolico “Luce”, insieme ad Antonella Barranca e ad altri più “navigati corrispondenti” delle pagine locali. Questa collaborazione permetterà ai due giovani di diventare giornalisti pubblicisti e scrivere, in seguito, anche sul foglio del collettivo luinese “RedAzione”. In quegli anni di grande fermento politico, il pezzo di esordio di Sarrubbi e Barranca sul giornale della Curia di Varese, dedicato alla campagna elettorale, conteneva addirittura parole sconvenienti per quell’epoca, tuttavia non fu censurato. Grande l’apertura ideologica della testata cattolica, nel concedere spazio al dialogo e alla riflessione sulla società del tempo. E sulla correttezza di Enzo nessuno avrebbe potuto nutrire dubbi: È difficile trovare persone con cui scrivere e condividere in maniera così sincera informazioni, lavorando insieme senza rivalità, né vanità o gelosia e invidia, che spesso si incontrano in questa professione”. Ha concluso Antonella Barranca.

Serietà e coerenza come stile di vita e metodo di ricerca di un Enzo Sarrubbi che tuttavia non poteva trascurare la sua anima goliardica, come quando firmava Cavarrubbi e Sarullari” gli articoli scritti a quattro mani con l’amico Fabio Cavallari, o quando prendeva di mira i compagni di lavoro. Una delle vittime dei suoi scherzi bonari fu la stessa Barranca, in occasione dell’inaugurazione, nel 1996, dell’iperstore Standa a Germignaga, subito dopo la discesa in campo politico di Silvio Berlusconi.

Enzo, dal DNA partenopeo che tuttavia respirava a 360° la vita sociale e politica del nostro lago. E Luino, terra di frontiera, con tutte le problematiche legate all’emigrazione italiana verso la Svizzera interna e alla “paura del diverso”: “stranieri” che, negli anni ’60, erano stati costretti perfino a nascondere la presenza dei propri figli in territorio elvetico, o indotti a rimpatriare in Italia perché questi non fossero discriminati nelle scuole di lingua tedesca.

Anche Antonio Azzarito, con la sua famiglia, fu uno dei tanti che erano tornati in patria per poter affrontare il precorso scolastico senza eccessive difficoltà. Crescendo, il giovane Antonio manifestò le prime curiosità sul mondo della politica, per scoprire come i vari leaders degli anni ‘80/’90 riuscissero a farsi ascoltare. Nei primi collettivi nacque il sodalizio con Enzo Sarrubbi, con il quale condivise l’interesse per le tematiche ecologiche e sulle prime antenne, ma anche l’avventura delle elezioni comunali, prima nel ’93 e poi nel ’96, quando Azzarito diventò assessore nella giunta Tosi. Unico non laureato del gruppo, aveva però imparato da Enzo un metodo infallibile per scrivere con competenza e diventare padrone della materia: studiare e documentarsi il più possibile.

Ma che cosa avevano in comune, i due ragazzi, oltre alla passione politica? Figlio di ex emigranti il primo, di origine napoletana il secondo, avevano entrambi radici lontane dal lago Maggiore. E allora, quante righe occorrono per descrivere il proprio luogo d’origine? Ad Enzo Sarrubbi ne bastarono 69, per esprimere la sua anima partenopea, per manifestare la sua napoletanità, perché “Enzo era anche questo, con la sua innata capacità di comunicare. Nella comunicazione stava progettando il suo domani, creandolo quotidianamente, con pazienza”. Ha detto di lui Roberto Stangalini. È del luglio 1997, infatti, il racconto ”Un viaggio”, in cui descrive Napoli con viscerale amore e inesauribile nostalgia, con quell’incipit, che cita il titolo di una delle più struggenti canzoni di Pino Daniele “Suonno d’ajere”: Napoli, per  Enzo è “Città che ti benda perché abiti lontano, che ti dà la forza di passare dritto tra due cavalli che segnano i confini della retta via… Napoli che ti veste anche se arrivi in ritardo e non vuole essere derubata… Napoli che ti protegge, il denaro non conta, se sei ospite non puoi pagare. Per dissetare lo spirito basta una cannuccia…”.

Questa era la sua anima letteraria, quella stessa che, già nel 1996, gli aveva permesso di scrivere anche la bozza di un romanzo, che costituirà il testo principale di un volumetto postumo che ne porta il nome, “Hanan Kunu la società dello spirito” e che raccoglie alcuni dei suoi scritti più significativi, tra i quali anche un racconto a tema dal titolo “Oltre il confine” realizzato per il Premio Chiara Giovani 1999. Enzo dispensatore di cannucce per lo spirito, dunque, come quella che dissetò Ottavio Brigandì, oggi insigne studioso di Dante. Catapultato dalla Ragioneria al Liceo senza la benché minima conoscenza del Latino e delle materie umanistiche, al giovane Brigandì era stato consigliato di andare “nella classe migliore”, la terza B: Non so calcolare il peso di questo evento nella mia vita: il punto cardine dell’amicizia con molte altre persone. Enzo fu non solo compagno di studio, ma mi fece conoscere la sua famiglia, punto di riferimento affettivo cruciale anche oggi”.

Il sedicenne Enzo, già perfettamente formato dal punto di vista intellettuale, fu la prima persona che svelò al coetaneo Ottavio la sua anima politica, incalzandolo costantemente con una serie di domande che lo costringevano a profonde riflessioni: “E tu, che cosa pensi? In che cosa credi? Qual è la tua opinione?” Enzo, che, nel 1992, aveva scritto, proprio sul diario di V Liceo dell’amico, una serie di riflessioni all’indomani della prima festa nazionale di ”Liberazione” il quotidiano di Rifondazione Comunista, a cui aveva partecipato, concludendo: “Spazio ai giovani e ai loro ideali, e io uno tra tanti, uno come tanti… “ No, non era come tanti, perché pur essendo “di fede rossa”, poteva e sapeva parlare a tutti, magari discutendo anche in modo acceso, ma trovando punti in comune perfino con i cattolici. “Mi ritengo privilegiato, – ha continuato Ottavio Brigandì – dall’aver avuto tante parole da parte di una persona che non parlava quasi niente”.

Enzo e i suoi silenzi, ma anche il suo “desiderio di esserci e di rimanere”, per comunicare attraverso la sua anima filosofica, devota a Platone e alla filosofia greca, ma soprattutto a Socrate, che era diventato uno dei più importanti filosofi del suo tempo pur senza aver mai scritto alcunché, ma portato alla fama grazie a ciò che avevano raccontato di lui i suoi allievi. E quanto è stata determinante la “contaminazione” di Enzo Sarrubbi nella vita dei suoi amici? E chi siamo noi, oggi, dopo essere stati contagiati dalla sua anima cristallina?

Allo scrittore e giornalista Fabio Cavallari, che iniziò a scrivere proprio con lui, il compito di affrontare il ricordo lacerante dell’ultimo tratto di vita dell’amico e le riflessioni sul significato profondo della scrittura in un’epoca ancora lontana dalla tecnologia esasperata dei giorni nostri. “La scrittura era davvero materia, incarnazione, qualcosa di fisico”, che la stampante ad aghi materializzava su fogli dall’inchiostro bagnato. “Enzo teneva quel foglio in equilibrio sulle dita, con delicatezza, non per paura che le mani si sporcassero, ma affinché la scrittura non si sporcasse delle mani. Perché la sua scrittura era equilibrio, era stare sul crinale senza cadere”.

E in queste parole di Fabio Cavallari la premessa di tutto l‘orrore, il senso di impotenza, la ribellione verso il destino assurdo che si sarebbe accanito su quel giovane dalla scrittura “pacata, decisa, dolce e sicura, incisiva”. Uno stile che sarebbe diventato il modo stesso di accompagnare l’inesorabilità della malattia, lasciando gli affetti più cari in preda ad un dolore indicibile e non condivisibile, perché si tratta del “sentimento più intimo e personale che riguarda gli esseri umani”.

La morte: quella imminente e quella definitiva. In questo breve intervallo di tempo si colloca “la cura”, intesa come ancoraggio alla vita: La cura quotidiana, data dalla casa piena di amici, parenti e cibo. Chiedere gli spaghetti con le vongole solo per aspirarne l’aroma, farsi portare sul balcone per sentire l’aria nei capelli, anche se di capelli non ne aveva più”. Ha continuato Cavallari. E paradossalmente fu lo stesso Enzo a “curare” Fabio, quando accettò di arrabbiarsi, inveire e bestemmiare, come l’amico l’aveva invitato a fare. “Sì, la voce era la sua, ma le parole erano le mie… Perché Enzo non aveva bisogno né di imprecare, né di bestemmiare: gli bastava la mia compagnia”. Enzo Sarrubbi aspettò il “mostro” con decisione e fierezza, fino all’ultimo, quando finalmente si arrese e il 29 settembre, il giorno prima della sua morte, parlando con Fabio di progetti comuni del gruppo per la prima volta, anziché usare il pronome “noi”, si rivolse all’amico dicendogli: “Sono contento per VOI…”.

Si diventa eterni o per qualcosa che hai fatto di grande o perché qualcuno ti ricorda”. Aveva confidato Enzo in un paio di occasioni all’amico Ottavio Brigandì. Parole che forse furono profetiche, perché Il collegamento con gli altri amici risale a dopo la morte di Enzo”. Sarà grazie a loro che Ottavio Brigandì incomincerà a fare cultura, dedicandosi a Dante, “portandomi così lontano da non potermelo immaginare”. No, quella di sabato 19 ottobre non è stata una commemorazione e nemmeno un “susseguirsi di aneddoti”, come ha fatto notare Fabio Cavallari, perché l’eredità di Enzo Sarrubbi è ancora presente nella vita di tutti coloro che l’hanno amato.

Non possiamo spiegare il perché della morte, se non scientificamente, allora, anche chi vive nel dubbio o nella laicità, potrebbe fare un’eccezione alle proprie convinzioni condividendo le parole che Ottavio Brigandì pronunciò il giorno del funerale di Enzo, quel lontano 1999: “Volevo dirvi e chiedervi una cosa breve e semplice: conosco i Sarrubbi da quando ero ragazzo e con loro sono rimasto fino ad ora. Io stavo bene con loro perché respiravo come una bellezza, una gioia che non avevo mai sperimentato prima. Negli anni mi sono reso conto che questa bellezza è un segno della presenza di Cristo nella mia vita. Io volevo chiedervi di pregare affinché questa bellezza non se ne vada anche dopo una disgrazia come questa. Vedete, tutti noi nella nostra vita abbiamo eventi che contengono questa bellezza. L’averla sperimentata, il suo ricordo, ci sostiene nelle situazioni difficili e ce la fa cercare di nuovo. Vi chiedo per me, per loro e per tutti coloro che entrano in contatto con loro, di pregare affinché questa bellezza, anche dopo una tragedia come questa, non se ne vada”.

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