Luino | 13 Luglio 2019

L’eccellenza del Calzaturificio Elio, una storia tutta luinese

Le doti imprenditoriali e il grande cuore del "Scior Ambrusett" fecero la fortuna dell'azienda, in tutto il mondo, fino agli anni '60. Un racconto di Giorgio Roncari

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(Articolo a cura di Giorgio Roncari, per L’eco del Varesotto) Tra i ricordi della mia prima infanzia un posto importante ce l’ha l’Elio, ossia il ‘Calzaturificio Elio’ di Luino. Era lo stabilimento dove lavorava, come tajoeur, mio padre Carlo; ci era entrato a 15 anni, nel ’41, ci lavorò vent’anni e quando fu costretto a lasciarlo per lui fu un grande dispiacere.

Era sua abitudine tornare alla sera e narrare qualcosa della giornata di lavoro, aggiungendovi ogni tanto qualche aneddoto sulla storia della ‘sua’ fabbrica. L’Elio l’aveva fondato dopo la prima guerra mondiale Mario Ambrosetti, di modesta famiglia di Capolago, ragioniere di banca e tenente decorato in guerra. Cominciò impiantando un piccolo laboratorio nel complesso della vecchia filanda Maghetti, in cima a via Sbarra che chiamò, chissà perché, come il laghetto della Valveddasca.

Riuscì ad ottenere commesse dall’esercito e così nel giro di pochi anni la decina di operai divennero duecento. Del mio paese, Cuvio, erano in molti che ci lavoravano e questo perché la moglie del “Scior Ambrusett”, Jolanda Viola, era del paese e, come si usava una volta, aveva un occhio di riguardo per i suoi paesani. Era anche per quello che mio padre sentiva un grosso legame con la ‘sua’ ditta. Erano impiegati anche i fratelli di Jolanda: il “Scior Ettore” con incarichi dirigenziali e il “Giuanin”, impiegato di bella presenza più interessato alle gonne che alle scarpe.

Mario Ambrosetti aveva a cuore i suoi operai per i quali costruì case vicino all’ospedale e sovvenzionò una previdenza assistenziale interna. Creò pure, a sue spese, una banda aziendale, cosa più unica che rara, dotando di strumenti i vari musicisti tra i quali mio padre. Sostenne anche le colonie marine per i figli dei dipendenti e uno di quei bambini sono stato io; fra i molti altri mi piace ricordare Paolo Barboni, “il Billo”, compagno gioviale.

Durante la guerra il calzaturificio continuò a lavorare per l’esercito e siccome aveva bisogno di manodopera, il Scior Ambrusett riuscì a ad evitare a molti suoi operai la deportazione nelle fabbriche in Germania. A volte, per sottrarlo a sequestri dei tedeschi, nascondeva il materiale nella casa della moglie e, ad eseguire l’operazione, erano i giovani operai di Cuvio. Fu anche fermato dalle SS che sospettavano il suo doppio gioco. Dopo la guerra l’Elio crebbe di rinomanza creando anche modelli civili di prestigio, facendo a gara con i calzaturifici più rinomati, arrivando a impiegare oltre 400 operai. Esportava in mezza Europa e anche in Africa e Indonesia.

Carlo Ambrosetti morì a 56 anni in un incidente stradale nell’ottobre del 1952. Mio padre raccontava che fu un lutto non solo per l’azienda, ma per tutta Luino. I funerali furono imponenti con autorità e politici, e la presenza della sua banda musicale. Rimasero, però, tutti di stucco, quando, usciti di chiesa, il feretro fu prelevato dai massoni del quale, segretamente, era membro. Allora la massoneria faceva ancora molto mormorare i benpensanti e la gente comune.

Continuò l’attività il figlio Carlo. Ricordo che nei momenti d’oro, mio padre parlava continuamente di cottimo e, come altri operai, si portava il lavoro a casa. Il periodo buono durò fino all’inizio degli anni Sessanta, poi difficoltà di esportazione e problematiche dirigenziali posero la fabbrica in forti difficoltà. Fu una delle poche industrie in crisi in quei favolosi anni Sessanta. Iniziarono, e lo ricordo bene, i ritardi nei pagamenti delle mensilità, i licenziamenti e i presidi anche notturni per evitare la chiusura della fabbrica. Si diceva che fossero interessati gli svizzeri della Bally, ma quando arrivarono, nel ’62, mio padre, con rammarico, se n’era ormai andato.

La Bally mantenne la produzione cinque anni. Subentrò il Calzaturificio Borri di Busto Arsizio che resistette fino al ‘90 quando, dopo una lunga agonia, malinconicamente chiuse i battenti. Ora. di quello che era stato un vanto dell’industria italiana non c’è più niente. Dall’abbattimento che ne è seguito si è salvata solo la palazzina dirigenziale liberty ed io, ogni volta che imbocco la salita della Marsaglia, non posso non buttarci un occhio e pensare, con un po’ di nostalgia, a come eravamo.

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