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Luino | 30 Marzo 2019

Luino, fiori di marzo per casa Branca: 135 anni di storia

Un racconto che si dipana tra tanti aneddoti e ricostruzioni storiche. Tracciano i segreti di uno degli edifici più rilevanti dal punto di vista culturale

Tempo medio di lettura: 4 minuti

(Federico Crimi) Questa storia inizia con un sorso di fernet, Branca, ovviamente, ma non quello originale; bensì un omonimo amaro che un’omonima famiglia di Cannobio aveva iniziato a distillare alla fine dell’Ottocento a Luino, meritandosi, peraltro, premi a esposizioni commerciali a Roma e a Milano.

Seguire la piccola storia di questo fernet è ripercorrere le vicende di una delle tante famiglie dai destini saldamente ancorati sulle due sponde del lago, propense, di volta in volta, a ragionati trasferimenti in funzione delle regole imposte da un accorto spirito imprenditoriale. Una storia che si dipana tra il bacino svizzero del Verbano (Brissago), Cannobio, Luino e approda, infine, ancora in Svizzera, a Melide. Una storia che ha come teatro una casa luinese, costruita come lussuoso albergo sul piazzale della stazione, di cui, proprio questo 30 marzo, ricorrono i 135 anni dall’inaugurazione. E che ha sviluppi inaspettati protesi sin nel cuore della cultura italiana del Novecento.

Andiamo con ordine. Luino, 30 marzo 1884, 135 anni or sono. Tra livree e velluti, camerieri e cuochi, tutto è pronto per dare vita al banchetto d’inaugurazione per il lussuoso Grand Hotel Luino & Terminus. Alloggiato in un palazzo fresco di costruzione, l’albergo è pronto per accogliere, en face della grandiosa stazione internazionale sulla linea Gottardo-Genova (è la parallela di Chiasso, ma dai destini meno fortunati), gli ospiti di rango provenienti dall’Europa e diretti alle Isole Borromee o in Riviera. Promotore: Vittore Branca, commerciante di vini a Cannobio. Gestore: Lorenzo Albertini.

Dieci anni di esercizio circa e una sequela di ragguardevoli ‘vip’, tra teste coronate (il re e la regina del Württemberg, lei nientemeno che la figlia dello zar Nicola I; Gerolamo Bonaparte, che, in attesa di ereditare un impero – Napoleone I era suo zio –, si sollazzava tra il Lemano, il Verbano e Roma, dove morì nel 1891) e curiosità d’altri mondi (il rajah di Kholapour, con esotico seguito, destò ampia meraviglia sulla stampa locale).

Nel 1892 Albertini passò alla guida di altro albergo luinese e, infine, nel 1904, assunse la direzione del Grand Hotel Paradiso di Lugano. Perso il suo asso nella manica, Vittore decise di ritornare alle origini e s’inventò un fernet. Sostenne che la ricetta era quella depositata in gran segreto nelle mani di suo padre Ferdinando da un chimico svedese svernante a Cannobio, nel 1849. Proprio nel borgo sulla riva occidentale del lago Maggiore, dove è attestata sin dal XIV sec., la famiglia aveva accumulato le sue fortune, tanto che una ramo trasferitosi a Brissago avevano patrocinato, alla fine del ’700, la costruzione del locale Sacro Monte.

Gli avi di Vittore detenevano il controllo sul commercio del sale sulle due sponde del Verbano, tra Cannobio e Maccagno. Vittore e il cugino Francesco, infine, intuiti i destini in rapida crescita di Luino per l’arrivo della ferrovia, investirono alla fine del XIX sec. nei più promettenti settori commerciali della modernità: turismo e carta stampata. Anche Francesco, infatti, era giunto a Luino da Cannobio per fondare, nel 1879, il settimanale Corriere del Verbano.

Per produrre il suo fernet, Vittore s’avvalse di ampie botti in cemento innalzate sino a sfiorare le alte volte delle cantine dell’albergo di Luino. Tutto andava così bene che, per accaparrarsi fette di mercato svizzero, spedì il figlio Alfredo a Melide. Questi, entro il giugno 1901, riuscì ad ultimare un grande stabilimento in stile eclettico, cimato da frontone, con, bene in vista, la scritta Branca. Sfruttare l’omonimia va bene; ma non può durare. La causa coi fratelli Branca (pure originari del Verbano, ma di ramo non congiunto a quello che stiamo seguendo) non si fece attendere. Vinsero i «soli che posseggono l’originale formula» dal 1845, come ancora si legge sull’etichetta del celebre amaro italiano.

Vittore morì nel 1913. I figli, nel 1919, cedettero tutte le proprietà e si trasferirono a Savona. Il caseggiato di Luino fu acquistato da Edoardo Ferrario di Castano Primo (Milano): erano utili ai suoi affari le cantine per commerciare in vini di Puglia. Tra quei tini e quelle botti maturarono giovanili passioni comuni a Piero Chiara e i coetanei fratelli Ferrario, figli di Edoardo; su tutte: la vela. Sino a quando, proprio dal balcone del caseggiato, affacciato alla piazza della stazione, Chiara fu costretto a salutare con amarezza i cari amici di una spensierata gioventù.

Era il 1932: partiva per il suo primo viaggio lontano da Luino, arruolato nelle preture dell’Italia allora estesa “oltre Isonzo”. Sapeva che non sarebbe più tornato ad abitare nel borgo natio. Non sapeva ancora che la scoperta di un mondo nuovo avrebbe fatto maturare in lui le capacità narrative sfociate, dal 1962 (con la pubblicazione de Il piatto piange), in celebri romanzi.

Torniamo, però, ai Branca. Da Antonio, ingegnere, figlio di Vittore, nacque a Savona un Vittore (classe 1913, come Chiara). Questi divenne il «principe dell’italianistica», insigne studioso di Boccaccio, indiscussa figura nel panorama della filologia e degli studi umanistici europei. Morì a Venezia nel 2004. Tutto il suo insegnamento (indagini, libri, documenti e relazioni) è oggi riassunto nel centro internazionale di studi della civiltà italiana intitolato a suo nome sull’isola di S. Giorgio a Venezia, filiazione della fondazione Cini. Ligure, veneziano ed emerito cittadino di Firenze per l’impegno contro il nazifascismo, Vittore riposa, per sua espressa volontà, a Cannobio, accanto al padre a al nonno.

Dichiarò, in varie occasioni, che le visite ai Branca rimasti in loco avevano contribuito a creare, nella sua mente di adolescente, un immaginario insopprimibile di scenari paesaggistici, ma, soprattutto, di idee: la ricchezza culturale dei dialetti prealpini (se ne ricordò negli studi della maturità, intuendo la persistenza di una matrice popolare anche nella cultura più aulica); l’afflato di libertà assaporato nella libera Svizzera in anni «di chiusura culturale e di oppressione politica» per l’Italia. Lo immaginiamo contemplare, nella casa dello zio Alfredo a Melide, i volti di Mazzini ed altri campioni di libertà che ornavano la ‘sala grande’.

Purtroppo la casa di Melide è stata demolita di recente per lasciar spazio a un complesso residenziale. E non senza polemiche. Rimane, invece, l’ex albergo di Luino, oggi casa Branca, sul piazzale della stazione: la hall che accoglieva i turisti illustra conserva un bel mosaico pavimentale; le botti del fernet sono ancora nelle cantine; l’iscrizione nel fastigio sul tetto è ancora quella dei Branca; tra le carte della famiglia Ferrario, alcune lettere di Piero Chiara, tra le primissime scritte in gioventù.

 

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