Andrea Favarin è nato a Varese il 26 luglio 1996. Da adolescente ha scoperto la sua passione per l’arte e la fotografia, così dopo il diploma di maturità ha deciso di frequentare l’Accademia di fotografia Mohole di Milano. Ha collaborato per un periodo con alcune testate giornalistiche per poi continuare il proprio percorso concentrandosi di più sui viaggi, ritratti, street photography e realizzando alcuni progetti, tra cui “Iris, iridis”, la mostra in corso in questi giorni a Varese intitolata alla dea Iride e più precisamente alla natura dei nostri occhi.
“Sin da piccolo gli occhi mi hanno molto affascinato – racconta il giovane -. Ho sempre desiderato vedere più dettagliatamente le loro sfumature di colore, così non appena ho acquisito le competenze fotografiche per farlo, mi sono dato da fare. Ho raccolto 50 foto di occhi di bambini e adulti, donne e uomini, per poterne osservare le venature, i dettagli e le imperfezioni che li rendono belli, ognuno diverso dall’altro. È incredibile come ognuno di noi porti addosso un tale capolavoro senza spesso rendersene conto”.
Da giovanissimo gli dicevano che aveva dei begli occhi di un colore particolare, così gli piaceva mettersi allo specchio e nel frattempo si chiedeva cosa ci fosse di nascosto dentro, osservandoli come se fossero un’opera d’arte. Crescendo ha realizzato questo sogno nel cassetto e l’ha voluto condividere. Gli occhi fotografati sono quelli di conoscenti e di volontari sui social network, che hanno risposto al suo appello. Non cercava occhi con determinate caratteristiche, perchè tutti hanno le loro particolarità, quanto piuttosto era affascinato da dettagli come macchie di colore e striature uniche in ognuno di essi.
La sua ricerca era anche collegata alla diversità di età, perchè l’occhio cambia con lo scorrere del tempo, oppure può avere dettagli nuovi perché si modifica in base al vissuto e ai traumi delle persone. Basti pensare alla pratica olistica dell’iridologia nella quale si pensa che gli occhi contengano tutte le informazioni della vita di una persona.
La macchina fotografica che è stata usata è una Olympus TG-5 perché dotata di obiettivo macro che gli ha permesso di fare foto in tutte le situazioni, senza problemi né di luce né di location. Per quanto riguarda il formato quadrato usato, che non si usa spesso, si incastra perfettamente con il cerchio delle iridi: infatti, come dicevano i greci, “la sfera è la forma perfetta” quindi sta al centro del pannello quadrato. Iridi tanto perfettamente sferiche e dai particolari vividi che sembra di trovarsi sospesi in mezzo a pianeti e buchi neri dello spazio.
Andrea continua asserendo che la fotografia al giorno d’oggi sta vivendo delle difficoltà: “Tutti possono fare fotografie, che è una cosa bellissima, ma si perde di qualità e magia; inoltre, se un fotografo anche bravo vuol emergere per lui o lei non è semplice. È diventato un settore elitario professionalmente e artisticamente incompleto. Le persone si accontentano e perdendo stimoli, preferiscono accomodarsi. Instagram è il portale della foto ma vediamo tante idee troppo simili”. Andrea , così, consiglia di sperimentare che è più gratificante e permette di rivelare l’anima di qualsiasi opera, il che è decisamente più soggettivo ed emozionante nel campo delle arti.
Il giovane artista, fan del grande Saul Leiter, partirà per il Nepal dove nascerà un nuovo progetto che vuole creare uno storytelling con i bambini orfani e tutto il ricavato andrà ad un’associazione benefica.
Per interpretare le analogie che il suo lavoro vuole trasmettere, la mostra è visitabile in Piazza Podestà alla Libreria Ubik di Varese fino al 25 febbraio, da martedì a sabato, dalle 10 alle 19.
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