Monza | 27 Ottobre 2018

Da Valtravaglia e Valcuvia fino alla Saletta Reale di Monza: riappare il mito del marmo artificiale

Prende di nuovo vita l'opera di Anton Detoma, grazie alle scrittrici Annalina Molteni, di Brezzo di Bedero, e Anna Parish Pedeferri, di Casalzuigno

Da Valtravaglia e Valcuvia fino alla Saletta Reale di Monza: riappare il mito del marmo artificiale
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(articolo di Roberto Bramani Araldi)

Il velo del tempo si solleva di nuovo sull’opera di Anton Detoma, l’umile gessatore di Rima in Valsesia, diventato famoso nell’Ottocento grazie al suo particolare “marmo artificiale” che adornò regge e palazzi delle famiglie reali di quasi tutta l’Europa, grazie alle scrittrici Annalina Molteni, di Brezzo di Bedero, e Anna Parish Pedeferri, di Casalzuigno, autrici, rispettivamente, del romanzo “Il Walser dell’imperatore” e del saggio “Anton Detoma da Rima a Vienna”. Perché desta tanto interesse codesto marmo artificiale?

Innanzi tutto il Detoma è l’emblema della genialità e capacità imprenditoriale italiana. Dal nulla, semplice garzone, quasi analfabeta, riesce a creare un’attività che coinvolge centinaia di operatori, venendo a contatto con famosi architetti, con re e imperatori, oltre ai grandi nomi della finanza europea di allora, basti ricordare i Rothschild, per esempio. E il successo è il suo prodotto, quel marmo artificiale che sembra marmo vero, con colori, luminosità, riflessi unici, tali da suggestionare gli illustri committenti, ai quali non sembrava vero di fare sfoggio di sfarzosi abbellimenti delle loro magioni ad un costo di molto inferiore rispetto al marmo estratto dalle cave.

Sembra inevitabile che il rinnovo del ricordo sfoci nella Saletta Reale della Stazione delle Ferrovie dello Stato di Monza. Pochi ne conoscono l’esistenza. Il re d’Italia lì sostava, allorché si trasferiva da Monza, Villa Reale, in attesa del treno: era scontato che vi fosse un luogo adeguato al suo rango ove potesse attendere di salire sulla carrozza reale del convoglio.

Si scopre, così, un piccolo gioiello dello stile “margherita”, nel quale prendono forma le immagini suscitate dalle parole di chi ha voluto questo evento culturale, Gianna Parri, quale rappresentante degli “amici dei musei di Monza e Brianza”, che svolge la funzione di padrona di casa, presentando le autrici e gli ospiti illustri: l’ex sindaco di Rima Roberto Pedretti, il giornalista e profondo conoscitore d’arte Mauro Broggi e l’Assessore alla Cultura del Comune di Monza Massimiliano Longo.

La saletta è gremita, ti abbraccia con i suoi stucchi, con l’immagine a soffitto del dipinto “Il Genio dei Savoia” del monzese Mosè Bianchi, con l’esposizione dei cristalli di alcuni artisti locali, l’atmosfera è quasi fatata e l’ambiente inizia una fase di dissolvenza: non ti sembra di essere in una stazione degli anni Duemila, ma il tempo retrocede, Anton Detoma prende forma dalle parole, la sua opera, le sue conquiste sociali sono lì, si possono ammirare, seppure sotto forma dei modelli portati da Anna Parish Pedeferri, che con la sua voce sussurrata, con una leggera cadenza inglese, riempie gli spazi, e il fischio del treno in arrivo – o in partenza, chissà -, il suo sferragliare è fuori dal tempo, quasi sembra di udire lo sbuffare della locomotiva a vapore, e forse, fuori, qualche scintilla di carbone si sparge con il fumo intorno.

I ricordi si assommano, anche Rima, il piccolo centro montano, si materializza tramite le testimonianze di Roberto Pedretti, intervallate dalle considerazioni sui contenuti artistici dei manufatti creati dalla formula misteriosa del “suo marmo artificiale”, così diverso da quello prodotto dagli artigiani del tempo, di Mauro Broggi.

L’immersione nel mondo di sogno diventa completa quando anche Annalina Molteni inizia ad illustrare il romanzo, nel quale la figura di Detoma entra nel crogiolo dell’immaginazione, con personaggi fantastici che popolano la narrazione, ne diventano parte integrante, rendendoli reali, indistinguibili.

Poi lo stato di sospensione temporale deve terminare, si apre la porta sul marciapiede della stazione, la gente si affanna ad inseguire le consuete faccende quotidiane, lentamente il piglio autoritario di Anton Detoma, consapevole del livello raggiunto, stampato sulla copertina del saggio a somiglianza dell’imperatore Francesco Giuseppe, scompare, ma non sarà per essere sommerso dall’oblio: ora il velo è veramente sollevato.

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