I luinesi Chiara Barassi e Manrico Marcozzi sono una coppia di appassionati di sport e viaggi, rientrati da qualche giorno dal Sud America, dove hanno affrontato l’“Ultra Bolivia Race”, una competizione estrema di corsa in autosufficienza. Sette tappe, per un totale di 230 km e un’altitudine media dai 3650m ai 4200m, che hanno attraversato anche il Salar de Uyuni, il più grande lago salato del mondo.
I due sportivi, che condividono anche la vita, sono arrivati a La Paz (3650m), una città tentacolare e caotica, che sembra un presepe fatto di cartone, una distesa di costruzioni in mattoni mai finite che si arrampicano sulle pareti rocciose che la circondano e con il monte Illimani (6438m) a dominarla.
“I primi veri sintomi del ‘soroche’ (il mal d’altitudine, ndr) ci hanno colto dopo alcune ore dall’arrivo – racconta Manrico Marcozzi -: tachicardia, debolezza muscolare, respiro corto al minimo sforzo, vertigini, mal di testa e anche nausea e vomito. Quando viene messo in queste condizioni il nostro organismo cerca di compensare la carenza di ossigeno, la respirazione diventa più profonda e poi più frequente, e anche il battito cardiaco aumenta, contribuendo ad aumentare l’ossigeno messo in circolo per mantenere un livello simile a quello normale. Questo significa che anche solo a star fermi facevamo più fatica”.
“Per fortuna – continua ancora lo sportivo luinese – sapevamo che il corpo ci avrebbe messo alcuni giorni per acclimatarsi e quindi non ci siamo fatti prendere dal panico. E’ da tener conto che ogni individuo reagisce in maniere diversa all’altitudine, e personalmente il mal di testa e la mancanza di ossigeno mi hanno accompagnato quasi tutto il tempo, rallentandomi molto anche durante la gara. Ad aiutarmi oltre a pastiglie di paracetamolo c’erano le foglie di coca da masticare. Le foglie di coca non sono droga, si vendono legalmente in Bolivia, si mettono a lato della bocca e si succhiano. Servono per ridurre i sintomi della stanchezza e dell’alta quota”.
Un’esperienza dura sotto ogni punto di vista, quindi, soprattutto a causa dell’altitudine, che hanno messo a dura prova i due luinesi. Alcuni giorni per adattarsi e poi al via la partenza da Salinas de Garci Mendoza, a circa 500km a sud dalla capitale boliviana, completamente immersi nella natura e nei villaggi ricchi di tradizione e cultura popolare sudamericana.
“Non è stato facile ambientarsi alle condizioni climatiche – spiega Manrico -, all’inizio facevamo fatica anche a respirare stando fermi. In seguito, dopo aver preso confidenza con l’altitudine, eravamo pronti per gareggiare”. E così è iniziata la sua avventura e quella di Chiara. “Una volta partiti tutto svanisce, sia le paure che i dubbi. Si è soli con il proprio zaino per sette giorni – continua ancora lo sportivo luinese -, nella natura più estrema. Caldo, freddo e sprazzi di nuvole decorano un cielo blu come il mare, altipiani tormentati da vento, vulcani, deserti di sale, orizzonti infiniti e notti coperte di stelle mai viste. Il Salar de Uyuni è un posto fantastico, non a caso ci hanno girato anche alcune scene di Star Wars (The Last Jedi), è come un mare che si è completamente ghiacciato, ma di sale e ci si può camminare sopra”.
Correre una maratona in questo ambiente, con il sole a far da cornice ed un orizzonte infinito, sembra quasi essere un sogno. “Un’esperienza di vita incredibile dove ogni singolo istante resterà impresso nella mente e nel cuore”, conclude Manrico.
Oltre all’esperienza dei due sportivi, però, un grandissimo risultato è quello ottenuto da Chiara Barassi, arrivata sul secondo gradito del podio nella classifica assoluta femminile.
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Grandi Man e Chiara, congratulazioni!