Caravate | 1 Agosto 2018

“La diversità come strumento per conoscere, abbandonando pregiudizi e odio”

L'incontro organizzato dalla “Associazioni Volontari Valli Varesine”, nata per iniziativa di“Agrisol Servizi”, è inserito nel ciclo di formazione per volontari

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(articolo di Cristina Campodonico)

Presso la Casa di preghiera dei Padri Passionisti di Caravate, ha avuto luogo il secondo incontro di formazione per volontari, organizzato dalla “Associazioni Volontari Valli Varesine”, nata per iniziativa di“Agrisol Servizi”, la cooperativa espressione della Caritas diocesana di Como.

Dopo il successo del primo incontro, si è svolto questo secondo momento di formazione, che ha coinvolto un numero ancora maggiore di persone. I relatori sono stati la dottoressa Daniela Galardi, psicologa e psicoterapeuta, e Padre Marcello, priore del convento passionista. Argomento della formazione: “Il diverso da sè”.

L’incontro ha avuto inizio con un gioco/lavoro: trascrivere su un foglio bianco quelle parole utili a ciascuno per definire il proprio concetto di diversità, che impegna il singolo individuo a relazionarsi con un gruppo di persone attraverso più step di confronto. Un gioco solo in apparenza semplice, in cui abbiamo potuto toccare con mano quanto sia difficile e tutt’altro che banale relazionarsi con l’altro da sé, quando in qualche modo viene messa in discussione l’originalità del nostro pensiero.

Al termine del “gioco”, si è giunti ad elaborare e scrivere quattordici parole che secondo noi avrebbero caratterizzato la diversità. Partendo da queste quattordici definizioni, la dottoressa Galardi ha sviluppato il tema dell’incontro con il diverso in tutti i suoi molteplici aspetti: antropologici, psicologici e sociologici. A partire dalla Genesi, più vicina alla cultura cristiana, ma anche in tutte le mitologie legate alla creazione, la “diversità” è posta come elemento fondante dell’universo. Ognuno di noi, dunque, deve fare i conti con il diverso, con l’ignoto, cioè deve avere il coraggio di mettersi in discussione, di aprirsi alla dialettica del rapporto e non restare congelato nella propria autoreferenzialità. Tutto questo non è affatto semplice, le barriere concettuali da superare sono numerose.

Solo a titolo di esempio:
il pensiero prevenuto, che imprigiona il diverso in categorie che appartengono a noi e non a lui;
l’istinto di conservazione, che fa percepire le differenze come possibili minacce. Da qui la nascita di sentimenti quali il sospetto, l’angoscia e, anche, l’odio.

Nonostante, però, la difficoltà che il cammino di apertura al diverso comporta, non bisogna dimenticarne gli aspetti positivi: da un confronto paritetico – e mi piace sottolineare paritetico perché non esiste un migliore o un peggiore nel confronto autentico – possiamo realizzare al meglio la nostra umanità, pur nella sua molteplice complessità.
La dottoressa Galardi, infine, ci ha condotti per mano all’ ultimo passaggio necessario per aprirci alla relazione con il diverso, attraverso l’interpretazione psicologica della fiaba del “Brutto Anatroccolo”, mettendoci in guardia su come possa essere fuorviante parlare di integrazione e non d’interazione. L’ integrazione presuppone l’affermazione di rendere l’altro “uguale”, avendolo, così, implicitamente categorizzato come mancante di qualcosa.

Diversamente, l’interazione presuppone un confronto armonico e arricchente, dove ciascuna parte dialettica può, nella massima libertà, restare fedele al suo stile di vita. Sull’aspetto più specificamente spirituale del “diverso”, è intervenuto padre Marcello con frequenti richiami ai testi sacri. In dettaglio, ha sottolineato come il “diverso” nell’esperienza del volontariato acquisti un significato, un senso differente se l’individuo comprende in profondità il bisogno umano che gli sta di fronte, andando oltre la semplice soddisfazione e urgenza del bisogno stesso: aprirsi all’Altro cogliendo la ricchezza di cui è portatore.

Immediato è il rinvio di padre Marcello alla figura di Cristo e al tema, ampio, della carità cristiana. “Noi facciamo volontariato – ha affermato – per imparare a vivere come Cristo. A questo punto non lo chiamo più volontariato, ma “caritativa”, ecco la diversità”. Solo se iniziamo ad accorgerci che non siamo noi a rispondere al bisogno, ma si tratta di aprirsi a un altro, il solo che può fare contenti, possiamo stare davanti all’ umanità dei nostri fratelli senza paura, anzi spalancandola costantemente.

L’incontro è terminato con un breve dibattito, che ha messo ulteriormente in luce quanto possa essere difficile accettare serenamente i punti di vista degli altri.

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