Lavena Ponte Tresa | 3 Luglio 2018

Lavena Ponte Tresa, dopo la confisca di beni per 7 milioni di euro ora il ricorso alla Corte d’Appello

All'ex bancario erano stati confiscate anche due zanne di elefante e una di mammut. Il ricorso contro il decreto del Tribunale di Varese scioglierà la riserva

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59 chilogrammi di argento in grani per un valore di oltre 27 mila euro, 171 lingotti di argento, per un peso totale di 17 chilogrammi, per un valore di oltre 8 mila euro, 72 monete d’oro, pari a 2 chilogrammi, per un valore di oltre 70 mila euro, 94 reperti di interesse paleontologico di cui 2 zanne di elefante e 1 di mammut, per un valore di oltre 200 mila euro, 424 campioni di minerali di varie dimensioni per un valore di circa 300 mila euro, e oltre 20 mila bottiglie di alcool, per la maggior parte whisky, cognac, rum, pregiati, alcuni dei quali vecchi più di un secolo.

Questa una parte dei beni rinvenuti all’interno di un caveau nell’abitazione di G.C., ex banchiere 74enne del Banco di Roma di Lugano, residente a Lavena Ponte Tresa,confiscati nel 2016 nell’ambito dell’operazione “Era glaciale”.  L’operazione, portata avanti dalle Fiamme Gialle di Luino, ha condotto alla denuncia per ricettazione, riciclaggio, contrabbando, sottrazione all’accertamento e al pagamento dell’accisa sull’alcol e sulle bevande alcoliche e impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, G.C, ad oggi incensurato.

Il ricorso contro il decreto del Tribunale di Varese, che aveva disposto la preventiva confisca di 7 milioni di euro di beni, presentato nell’ottobre del 2017 dall’ex banchiere, difeso dell’avvocato Corrado Viazzo, è approdato davanti alla quinta Corte d’Appello di Milano.

Corrado Viazzo, il legale dell’imputato coinvolto nel procedimento, che ancora non ha trovato conclusione, riguardante la convenzione urbanistica stipulata dall’amministrazione di Lavena Ponte Tresa con il condominio Petra – si legge sulle pagine del quotidiano “La Prealpina” – ha contestato al Tribunale di Varese l’aver negato, a dispetto della normativa vigente, sia l’ammissione delle prove testimoniali, che una perizia in grado di determinare il valore oggettivo degli stessi, in virtù, a suo dire, della scarsa attendibilità della valutazione operata dagli agenti della Guardia di Finanza di Luino.

A figurare tra le contestazioni presentate dal legale di G.C., – riportate dal quotidiano locale -, inoltre, il fatto che la confisca non riguardi i beni acquisiti in uno specifico periodo temporale, come richiesto da sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione, ma abbia penalizzato il patrimonio accumulato dal suo cliente in una vita di collezionismo, magari compulsivo, ma lecito. Come nel caso delle famose zanne di mammut, regolarmente importate dalla Russia da un soggetto che ha lavorato per una vita in banca, dove fu referente del controverso presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus per le operazioni in valuta, pagando sempre le tasse. La Procura Generale aveva, inoltre, fatto richiesta di confisca anche riguardo agli immobili dell’imputato, ma la difesa ha eccepito un vizio procedurale, lamentando che la richiesta era stata presentata in primo grado dopo la chiusura delle indagini.

Non resta, dunque che attendere lo scioglimento della riserva della Corte d’Appello, in merito al ricorso presentato che dovrebbe avvenire nelle prossime settimane.

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