Porto Ceresio | 10 Aprile 2018

La bellezza della vita decantata dalla superstite Francine Christophe

Un'esperienza dal valore inestimabile quella vissuta oggi dagli studenti di Porto Ceresio, che hanno ascoltato le parole della letterata e poetessa francese

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“Come fa a non provare odio?”, domanda Asia, una tra “piccole” dell’Istituto Comprensivo “Enrico Fermi” di Porto Ceresio a cui questa mattina è stato fatto dono di un’esperienza dal valore inestimabile. A risponderle, con la voce pacata e decisa di chi di primavere ne ha vissute parecchie, è Francine Christophe, letterata e poetessa francese che, nata nel 1933, fu deportata nei campi di concentramento nel maggio del 1944: “Non provo odio perché l’odio è il sentimento che provavano i nostri persecutori. Se permettessi a me stessa di provare odio sarei come loro ed è qualcosa che non voglio”.

Temperamento deciso e totale assenza di schemi nel raccontarsi, Francine Christophe, insieme a Manuela Vasconi, interprete e traduttrice del suo libro, questa mattina ha rapito l’attenzione degli studenti con la stessa età che aveva lei nel momento in cui fu deportata al campo di Bergen-Belsen. Molte e sfaccettate le curiosità dei ragazzi attraverso cui Francine ha ripercorso le privazioni e gli orrori di quegli anni. Ricordi dai quali a sgorgare sono le nefandezze della assurda barbarie subita, ma anche la ferma consapevolezza che, ciò di cui si racconta, non è da considerarsi definitivamente archiviato.

La storia non è da vedere come qualcosa di trascorso, ciò che è accaduto può riaccadere – mette in guardia Francine -. Basti pensare a ciò che sta succedendo in Turchia: Erdogan imprigiona e tortura giornalisti ed intellettuali che hanno opinioni contrarie. Questo non è molto diverso dal modo in cui cominciò in Germania. Un giorno, non troppo lontano, sarete chiamati a votare e dovrete riflettere, ascoltando con attenzione il linguaggio di coloro che chiederanno il vostro voto”.

Protagoniste della mattinata anche le domande dei ragazzi, che hanno spaziato toccando molti argomenti: la vita nei campi, i sentimenti provati rientrata a casa, la convivenza con il ricordo, il giudizio rispetto ai negazionisti, i pensieri che le attraversavano la mente in quei giorni, la capacità di riporre ancora fiducia negli altri e, da ultimo, il perdono. Se l’aggettivo dedicato ai negazionisti è qualcosa che la traduttrice è impossibilitata a tradurre, trovandosi in un ambito scolastico, e il perdono è qualcosa che è impossibile concedere, ciò che nessun orrore è riuscito a spezzare in Francine è la fiducia verso gli altri e lo smisurato amore che con forza, ancora oggi, decanta per la vita. “Sopravvivere – dice Francine – è una questione di volontà. O ci si suicida o si vive. Proprio quel che ho vissuto mi ha fatto capire l’immensa bellezza della vita libera. Nei campi non era permesso pensare, ci si limitava ad obbedire. Oggi dedico il mio tempo a testimoniare quel che è stato, affinché non accada più”.

Una fiaba amara, che Francine ha racchiuso, pagina dopo pagina, nel suo libro “Non sono passata per il camino”. La storia dolorosa di una bimba “privilegiata” che all’età di soli nove anni conobbe l’orrore dei campi di concentramento e della barbarie nazista. Attraverso questo racconto Francine ripercorre ogni istante di quegli interminabili anni che andarono dalla cattura, avvenuta nel luglio del 1942, quando insieme alla madre, Marcelle, tentava di raggiungere la Francia di Pétain, sino alle lunghe peregrinazioni attraverso i campi di internamento francesi che si conclusero nel maggio 1944, quando venne deportata nel campo di Bergen-Belsen in Germania. Una memoria, dunque, quella tenuta viva da questa donna che, attraverso le pagine del suo libro e gli incontri con i ragazzi, sceglie di non astrarsi dalla vita, trovando la forza di confrontarsi e scontrarsi con l’attualità.

L’incontro con questa voce segnata dall’orrore ma che si sforza, con tutti i suoi mezzi, di ravvivare il semplice valore dell’esistere, si conclude con un aneddoto che racchiude l’essenza di tutto un vissuto. “Come prigioniere di guerra io e la mia mamma eravamo ‘privilegiate’ – spiega Francine, con l’ausilio della sua interprete -. Uno di questi privilegi era la possibilità di portare qualcosa con sé, e mia mamma era riuscita a portare un pezzetto di cioccolato. Una rarità che custodiva pensando al momento in cui mi sarebbero mancate le forze. Nel gruppo del quale facevamo parte c’era, però, una donna incinta che si preparava ad affrontare il parto, nonostante il suo corpo fosse esile e debole. Prima di accompagnarla a partorire mia mamma mi prese da parte e mi chiese come mi sentivo. La sua intenzione mi fu subito chiara: voleva dare a questa donna il pezzo di cioccolato affinché la aiutasse ad affrontare il parto, ma non lo avrebbe mai fatto senza il mio permesso. Acconsentii. Nacque una bimba piccolissima che non pianse e fu tenuta nascosta fino al giorno della liberazione”.

Molti anni dopo, lontana da tutto quell’orrore Francine organizzò una conferenza la cui tematica portante era il contributo che avrebbe potuto dare la psicologia ai deportati tornati alle loro case dopo la liberazione. Tra i partecipanti una psichiatra di Marsiglia che, al momento di formulare il suo intervento si alzò e si diresse verso Francine porgendole un pezzetto di cioccolato accompagnato dalle parole: ‘Io sono la bambina che è nata grazie al tuo cioccolato’. “In ricordo di questo – conclude Francine – ogni Natale mi manda del cioccolato… Perché la vita è bella”.

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